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Nel corso della European Mobility Week nascono in tutta Europa iniziative dedicate alla “mobilità attiva”. Se da un lato associazioni e amministrazioni si muovono coinvolgendo cittadini in buone pratiche quotidiane volte a ridurre l’impronta ecologica di intere famiglie e quartieri, Greenpeace richiama l’attenzione sui grandi produttori. Solo nel 2018 l’industria automobilistica ha prodotto il 9% delle emissioni di gas serra a livello globale, una quota che supera le emissioni dell’intera Unione Europea.
Lunedì 16 settembre è iniziata la “Settimana europea della mobilità”, tema di questa 18° edizione "Safe Walking Cycling - Walk with us!; Sicuri nel camminare e nell'andare in bicicletta - Camminiamo insieme!”, un messaggio chiaro che punta sulle alternative sostenibili e intende coinvolgere amministrazioni, cittadini e associazioni nell'incentivare semplici forme di mobilità che hanno il potere di incidere positivamente su salute e ambiente, permettendo al tempo stesso una riduzione dell’inquinamento e un netto decongestionamento urbano.
Aderisce alle iniziative anche l'Italia, intenzionata ad incrementare le buone pratiche e migliorare gli spostamenti quotidiani in bicicletta, a piedi, sui mezzi pubblici e sfruttando forme sempre più integrate di car sharing. “Occorre una visione condivisa per atti normativi che vadano nella stessa direzione, incentivare la mobilità sostenibile, ovvero tutelare la salute e la bellezza - ha ribadito il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa in occasione della conferenza di apertura della European Mobility Week - Un impegno continuo e costante per tracciare insieme un percorso che i prossimi ministri difficilmente potranno cancellare. Oggi l’Italia è pronta per un salto di qualità”.
Una dichiarazione necessaria, in un clima di forti incertezze: a pochi giorni dall'avvio di queste iniziative virtuose, Greenpeace ha diffuso i risultati del suo ultimo report in materia di mobilità: “Scontro con il clima: come l’industria automobilistica guida la crisi climatica”. In questo lavoro l’associazione ambientalista affronta e analizza le 12 principali compagnie automobilistiche, valutandone il rispettivo impatto sul clima. Il quadro che ne risulta non è incoraggiante: al di là di show e fiere internazionali, in cui vengono messi in vetrina nuovi modelli a impatto ridotto, il grosso della produzione mondiale ancora coinvolge auto altamente inquinanti. Basti pensare ad un dato su tutti: nonostante il calo di vendite di auto compatte e monovolume, nel 2018 il mercato automobilistico è rimasto stabile, alimentato della continua domanda di SUV. La vendita di questi Sport Utility Vehicles è infatti più che quadruplicata negli ultimi 10 anni, passando, solo in Europa, dall’8% registrato nel 2008 al 32% del 2018. Negli Usa i SUV hanno ormai toccato il 69% della quota di mercato.
E se i dati comunicano una direzione chiara, gli ambientalisti non hanno dubbi: benissimo aderire a nuove forme di mobilità urbana, ma prima di tutto spetta ai grandi produttori allinearsi ad amministrazioni e cittadini per far fronte alla crisi climatica. Il più delle volte sono infatti le realtà non profit a innovare e per prime educare i cittadini ad una mobilità attiva, rivisitando l’utilizzo che comunemente viene fatto di bici e camminate a piedi, non più da intendersi come semplici soluzioni di svago, ma facendole rientrare in quello che può diventare un insieme di azioni quotidiane in grado di cambiare il modo di muoversi e di recarsi al lavoro, riducendo l’impronta ecologica di intere famiglie, interi quartieri. A queste buone pratiche dovrebbero sommarsi politiche ben più ampie: nel 2018 l’industria automobilistica ha prodotto il 9% delle emissioni di gas serra a livello globale, una quota che supera le emissioni dell’intera Unione Europea.
Secondo quanto emerge dallo studio “Scontro con il clima”, il 70% del mercato globale di auto si gioca tra Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone e Sud Corea. In questi paesi, il livello di emissioni medie delle auto vendute negli ultimi anni è rimasto all'incirca lo stesso, senza registrare significativi miglioramenti nelle strategie delle diverse case automobilistiche. Nella classifica stilata da Greenpeace non emerge alcuna realtà virtuosa: Volkswagen risulta nel complesso l’azienda responsabile delle maggiori emissioni annuali; mentre Fiat Chrysler Automobiles produce il veicolo a più alte emissioni inquinanti. Seguono Renault Nissan, Toyota, General Motors e Hyunday-Kia.
Nessuno, per il momento, sembra essere in grado di guidare il cambiamento, anche se i margini di miglioramento sono dietro l’angolo: tra le azioni da implementare con urgenza, suggeriscono gli esperti, iniziare ad investire seriamente in ricerca e sviluppo per realizzare e vendere veicoli elettrici di piccole dimensioni, che puntino sull'efficienza e su una filiera sostenibile.
Di conseguenza, studiare nuove tecnologie per lo smaltimento delle auto in utilizzo; ottimizzare il riuso e il riciclo delle batterie. Non ultimo, migliorare la trasparenza rispetto ai dati delle emissioni inquinanti riconducibili ai diversi modelli in vendita e sull'impatto ambientale in generale delle stesse case automobilistiche.
In sintesi, se sette giorni possono bastare per innamorarsi di uno stile di vita più green e a impatto ridotto, forse una settimana non basta per coinvolgere il settore automobilistico in un cambiamento che sia reale e non si fermi ad una vetrina. In questo senso, la European Mobility Week potrebbe essere un ottimo strumento per iniziare a cambiare la domanda, incrementando la richiesta di veicoli a basso impatto. L’offerta poi, dovrebbe adeguarsi. Se non per far fronte alla crisi climatica, per lo meno in risposta ad una semplice legge di mercato.
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