Sacchetti biodegradabili: un inutile costo o un beneficio necessario?

La nuova norma che introduce l’obbligo di utilizzo di sacchetti biodegradabili per frutta e verdura e che impone un costo ai cittadini compreso tra i 2 e 3 centesimi ha acceso le polemiche: si poteva fare di meglio?

Sono biodegradabili, eppure sin dalla loro introduzione hanno avuto un grande impatto: non ambientale, ma mediatico. Sono i nuovi sacchetti obbligatori per l’acquisto di frutta e verdura, il cui costo palese ha sollevato non poche proteste. “Palese” perché, in realtà, la voce corrispondente ai sacchetti biodegradabili – non più di 2 o 3 centesimi, pena pesanti sanzioni – sullo scontrino va a creare un piccolo incremento rispetto al costo non esplicitato che è sempre stato addebitato agli acquirenti anche nel caso dei sacchetti di plastica. La maggiorazione è stata calcolata da Gfk – Eurisko: ogni famiglia consuma una media di 417 sacchetti all’anno. Il costo per famiglia sarà di 4,17 -12,51 euro all’anno”.

L’introduzione dei famigerati sacchetti biodegradabili usa e getta è avvenuta la legge di conversione del Decreto Legge «Mezzogiorno» approvato lo scorso agosto, il quale costituisce il recepimento della direttiva UE 2015/720 con l’obiettivo di eliminare la plastica dai sacchetti (per favorire, appunto, l’adozione di quelli in plastica biodegradabile).

Il provvedimento ha fatto discutere e sollevato diverse proteste, ma c’è anche chi si schiera a favore del prezzo esplicito sullo scontrino, come Stefano Ciafani, direttore di Legambiente: “La nuova norma rende visibile il costo ed è fatta in chiave educativa. Una piccola maggiorazione c’è, perché a differenza della plastica normale questi non vengono fatti con gli scarti del petrolio. Ma il fine della norma è educativo: capire che la plastica biodegradabile è una salvezza per il nostro disastrato ambiente” (Fonte: Corriere.it).

A favore del costo dei sacchetti biodegradabili, dunque, ci sarebbe non solo il beneficio diretto per l’ambiente (e, di conseguenza, per noi tutti), ma anche una maggiore consapevolezza nelle persone relativamente all’impatto dei propri acquisti e delle proprie abitudini quotidiane.

Le polemiche si estendono però non solo al costo, ma anche al fatto che la norma non preveda il riutilizzo dei sacchetti. Nonostante una circolare dello scorso 4 gennaio, infatti, abbia specificato che i clienti hanno facoltà di portarsi i sacchetti da casa, il provvedimento specifica anche che i sacchetti devono essere rigorosamente monouso, per evitare il potenziale proliferare di batteri.

Un piccolo risparmio, comunque, è possibile: previa asportazione dell’etichetta, è possibile riutilizzare i sacchetti per la raccolta dell’umido. «Un costo in più, ma la norma è virtuosa – ha commentato Marco Versari, presidente di Assobioplastiche -, va nella direzione della salvaguardia dell’ambiente perché questi sacchetti non solo sono biodegradabili e compostabili ma possono essere riutilizzati per inserire i rifiuti “umidi” facendo risparmiare il costo del sacchetto dedicato».

Si poteva fare di meglio? Probabilmente sì: Coop Svizzera, ad esempio, ha recentemente introdotto le multi-bag, sacchetti multiuso realizzati in cellulosa e certificati FSC utilizzabili più volte. Con sacchetti di carta e in materiale biodegradabile riutilizzabili, invece, in Finlandia sono già stati raggiunti ottimi risultati senza bisogno di norme ad hoc: il consumo di shopper in plastica è sceso a 55 sacchetti all’anno per persona, contro la media europea di 198.

L’Irlanda, invece, ha agito sul fronte fiscale, applicando una tassa di circa 6 centesimi di euro sulle shopper in plastica: la scelta, in questo caso, è stata quella di penalizzare i comportamenti non virtuosi e anche questa decisione ha dovuto fronteggiare pesanti proteste. Forse l’Italia poteva trovare una strada meno criticata, ma ci sentiamo anche di chiederci se davvero quello dei sacchetti di plastica sia il costo imposto meno giustificabile che affrontiamo ogni giorno.

 

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