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Come si evolve l’eco-compatibilità di Vestiaire Collective, la piattaforma e-commerce fondata nel 2009 per la compravendita di capi e accessori usati.
Vestiaire Collective si racconta attraverso i numeri, in un report che dice molto sulle nuove abitudini in fatto di moda e riuso. Già da tempo si assiste a fenomeni che prolunghino il ciclo di vita di un capo o un accessorio, attraverso la pratica del riciclo, ad esempio. Ci sono provvedimenti, come la proposta di legge che la Francia si appresta a votare, che mirano a disincentivare l’acquisto smodato di fast fashion. Altri, poi, incentivano le riparazioni su prodotti che, altrimenti finirebbero a ingrossare le fila dei rifiuti tessili. E il riuso, tra sensibilizzazione dei consumatori e vantaggio economico, si sta ponendo sempre più come concreto orizzonte evolutivo.
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Un nuovo prestigio sociale e social
Più qualità, meno quantità
L’impatto sull’ambiente (se non si producono nuovi abiti)
L’attenzione all’ambiente è solo un effetto collaterale?
Che l’orientamento dei consumatori verso Vestiaire Collective fino a decretarne il successo sia stato mosso da sensibilità ambientale è difficile da dire. E, vista la nicchia merceologica trattata, probabilmente potrebbe non essere neppure veritiero. Ciò che rende immediatamente appetibile Vestiaire Collective e siti analoghi è altro: sapienti strategie di marketing, ad esempio, unite a prodotti di valore. Quello che conta, però, è che le buone pratiche di eco-compatibilità si stiano affermando nella quotidianità. Anche grazie a un traino di altra natura, come l’accesso a vestiti e accessori di lusso a un prezzo ridotto.
Immagine di copertina: Marcus Loke, Unsplash
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