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Un recente studio di Harvard mette in correlazione la coesione sociale con la possibilità di sviluppare smart cities sostenibili. Senza un forte tessuto sociale, la tecnologia non ha potere.
È impossibile vincere la sfida della sostenibilità nei centri urbani senza prima sconfiggere l’iniquità sociale. Un’affermazione netta e decisa, figlia di un recente studio della Harvard University. Autore della pubblicazione è Robert Sampson, professore di scienze sociali presso l’Istituto. Al centro dello studio un’analisi sui Big Data e la loro importante funzione per lo sviluppo di smart cities, ovvero centri urbani nei quali la tecnologia consente una gestione intelligente e sostenibile di trasporti, acqua, energia. Una piena ottimizzazione delle risorse, sottolinea Sampson, non può esistere senza un equilibrio delle strutture sociali all’interno delle città.
L’iniquità sociale mina lo sviluppo sostenibile dei centri urbani poiché influisce sulla loro stessa ragione di esistere: problemi economici o razziali, violenza e povertà vanno a erodere il tessuto sociale che è alle fondamenta dello sviluppo delle smart cities. Impossibile ottimizzare l’uso delle risorse per una società incapace di costituirsi come tale.
“Si tratta di un nodo cruciale, perché i sistemi tecnologici dipendono dall’interazione da parte dei cittadini”, sottolinea Sampson. “La frequenza con cui i cittadini segnalano non solo situazioni di emergenza, ma anche problemi legati alla qualità della vita, come il cattivo mantenimento dei palazzi, o la gestione illegale dei rifiuti è un indicatore di quanto le persone abbiano fiducia nello Stato”.
Laddove la fiducia nelle amministrazioni locali viene meno, anche il ruolo attivo dei singoli cittadini, sotto forma di segnalazioni, impegno sociale e creazione di network informali, viene a mancare: la tecnologia, abbandonata a se stessa, ha qualche speranza di rendere migliore una società che non c’è?
In un quadro di questo tipo, in cui la coesione sociale influenza il coinvolgimento attivo dei cittadini, anche i Big Data perdono potere. Un maggiore numero di segnalazioni provenienti da un quartiere rispetto a un altro, non significa automaticamente che il problema è maggiormente presente: il dato potrebbe essere falsato da un diverso grado di fiducia da parte dei cittadini e da un diverso livello di proattività.
I dati raccolti, senza contesto, non sono interpretabili. “Stiamo cercando di prendere questi dati e creare un indicatore significativo”, prosegue Sampson. La risposta a questa esigenza sono le “ecometriche”: parte del progetto è costituita dalla definizione di metriche utili a misurare il coinvolgimento sociale e le sue implicazioni per la sostenibilità urbana. Lo studio, ad oggi, lascia aperte molte domande, ma ci pone di fronte a una certezza: sostenibilità ed equità sociale sono obiettivi inscindibili e nessuno dei due può essere raggiunto senza l’altro.
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