Turf House e bioedilizia: i tetti verdi islandesi candidati a Patrimonio dell’Unesco

Mentre i tetti verdi prendono piede in Europa e nel mondo come strumento di edilizia sostenibile, l’Islanda ha richiesto l’iscrizione delle tradizionali Turf House, costruzioni ricoperte di manto erboso, alla Lista dei Beni del Patrimonio Unesco.

Mentre i tetti verdi prendono piede in Europa e nel mondo come strumento di edilizia sostenibile, l’Islanda ha richiesto l’iscrizione delle tradizionali Turf House, costruzioni ricoperte di manto erboso, alla Lista dei Beni del Patrimonio Unesco.
Migliorano l’isolamento termico dell’abitazione, incrementano il risparmio energetico, regolano il deflusso delle acque piovane, filtrano l’inquinamento urbano, riducono l’anidride carbonica, aumentano la resistenza termica delle coperture, riducono la trasmissione dei rumori e delle onde elettromagnetiche: sono i “tetti verdi”, strumento di coibentazione a disposizione da sempre, ma preso seriamente in considerazione negli ultimi anni a causa della nota e crescente emergenza climatico-ambientale.
Risale all’anno scorso, la decisione del governo francese di rendere obbligatorio per tutti i nuovi edifici commerciali la copertura dei tetti con piante o pannelli solari. Ma è soprattutto nei Paesi nordici che i tetti verdi hanno una storia da raccontare, ed è un racconto che affonda le proprie radici addirittura nella dominazione vichinga e si concretizza nelle cosiddette Turf House (case di torba).
Come il nome suggerisce, la torba è uno degli “ingredienti” principali ma, in generale, tutti i materiali utilizzati per edificare questo tipo di costruzioni sono di origine naturale: pietra e travi in legno per la struttura e un manto d’erba per ricoprirne il tetto o, in alcuni casi, l’intera superficie esterna. Un sistema tradizionale che ben si colloca fra gli esempi più riusciti di bioedilizia e che, per l’Islanda, è un bene da tutelare e riconoscere adeguatamente a livello internazionale.
Proprio lo stato islandese, infatti, ha fatto richiesta per iscrivere la Turf House e la sua tecnica di costruzione millenaria alla World Heritage List dell’Unesco, fra i beni del Patrimonio mondiale da salvaguardare come “testimonianza unica o eccezionale di una tradizione culturale” ed “esempio straordinario di una tipologia edilizia, di un insieme architettonico o tecnologico, o di un paesaggio, che illustri una o più importanti fasi nella storia umana”.
Norvegia, Scozia, Irlanda, Isole Faroe, Groenlandia: tutte terre nordiche disseminate di esempi variegati di Turf House. Tuttavia, l’unicità delle costruzioni islandesi risiederebbe nella loro destinazione d’uso (non solo abitazioni, ma anche altre tipologie di edifici a uso collettivo, fra cui alcune chiese) e nelle classi sociali cui erano destinate.
La durata di pareti e copertura è variabile a seconda della composizione dei materiali, della qualità della lavorazione e delle fluttuazioni climatiche. In ogni caso, un rinnovamento periodico (si calcola un tempo di deterioramento che va dai cinquanta ai settant’anni) del manto erboso è irrinunciabile e, talvolta, intere pareti devono essere smantellate per essere ricostruite con un nuovo manto verde, benché le pietre e il legname possano essere recuperati. Oggi alcune di queste costruzioni sono disabitate o inutilizzate, ma restano un esempio virtuoso, tramandatosi nei secoli, di un’architettura che rispetta l’ambiente al punto da fondersi con esso in un sistema simbiotico.

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