Riciclo alimentare: la svolta ecologica nell’allevamento dei suini

L’idea nasce da una ricerca scientifica britannica: utilizzare gli avanzi alimentari per nutrire i maiali, risparmiando soldi e terreno e salvaguardando l’ambiente.

L’idea nasce da una ricerca scientifica britannica: utilizzare gli avanzi alimentari per nutrire i maiali, risparmiando soldi e terreno e salvaguardando l’ambiente.

Oltre 100 milioni di tonnellate di scarti alimentari all’anno gettati al vento, quasi 2 milioni di ettari di terreno impiegati per la coltivazione di mais e soia e migliaia di acri di foreste tropicali che hanno dovuto rinunciare alla propria biodiversità. Tutto ciò potrebbe essere evitato, a patto di modificare i dettami della suinicoltura intervenendo direttamente sull’alimentazione dei maiali. A riportarlo è una recente ricerca di un giovane dottorando del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge, il veterinario Erasmus zu Ermgassen.

Per raggiungere un simile risultato basterebbe nutrire i suini riciclando gli avanzi alimentari dell’uomo e producendo così mangime a basso costo, ovviamente a patto di controllare il processo in modo minuzioso grazie a sistemi di monitoraggio comprovati. Idea per la verità già attuata con successo nel Sud-Asiatico, dove gli alimenti non utilizzati subiscono un trattamento termico ad hoc in grado di renderli adeguati all’uso ed eliminarne eventuali rischi derivati. In Europa, però, un sistema del genere è attualmente proibito per via di severe legislazioni in materia.

Tale ostracismo ha origine nei primi anni del 2000, quando un’epidemia, innescata da un atto di nutrizione illegale da parte di un allevatore inglese, il quale decise di sfamare i propri suini con rifiuti alimentari non cotti, mandò in crisi l’agricoltura britannica infettando migliaia di animali nel Regno Unito. Il problema, tuttavia, non è tanto il riciclo degli avanzi quanto la somministrazione di carne cruda che potrebbe fungere da veicolo per la trasmissione di virus. Un pericolo che, con le moderne tecnologie, può essere tranquillamente evitato.

Inoltre, oggigiorno un simile cambiamento non è più tanto un’opportunità quanto una necessità, perché le previsioni scientifiche globali si aspettano un aumento del 60% della richiesta di prodotti a base di carne e latticini entro il 2050 e, qualora non si dovesse operare una svolta decisa sui sistemi produttivi, si andrebbe incontro a una mancanza di risorse sufficienti e ad un impatto ambientale insostenibile.

Senza contare che vi sarebbe un duplice vantaggio economico: da un lato personale, per gli allevatori, poiché vedrebbero dimezzarsi le spese alimentari che devono sostenere per i suini e ridurrebbero del 75% la superficie di terreno occupata, eliminandone la porzione dedita alla coltivazione del mangime; dall’altro per l’industria alimentare, la quale potrebbe trasformare gli avanzi, altrimenti sprecati invano, in mangimi ad hoc pronti a diventare prodotti specifici da immettere sul mercato, peraltro a prezzi redditizi in quanto ecologici.

Sostenibilità ambientale ed economica racchiuse in un’unica semplice azione, dunque, attuabile immediatamente grazie alle tecniche testate e adottate in Asia. Ma serve un cambiamento normativo che l’Europa dovrà dimostrare di condividere ed essere pronta ad accogliere.

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