Dibattito pubblico e stakeholder engagement: quali novità ci aspettano?

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Il nuovo Codice Appalti prevede l’obbligo di dibattito pubblico per le grandi opere con impatto sul territorio. Ma quali sono i requisiti fondamentali perché il coinvolgimento degli stakeholder risulti efficace? Ne abbiamo parlato con Matteo Brambilla, referente dell’Antenna milanese di RENA e responsabile Food Policy del Comune di Milano.

Ascoltare l’opinione e le idee di chi il territorio lo vive, prevenire il conflitto sociale e accorciare i tempi dei cantieri. L’obiettivo del disegno di legge inserito nel nuovo Codice Appalti, che prevede l’obbligo di dibattito pubblico per le grandi opere infrastrutturali con un rilevante impatto sull’area di destinazione sottende questa triplice dichiarazione di intenti.

Questo è quanto espresso qualche tempo fa dai firmatari della proposta, i senatori del PD Stefano Esposito, Stefano Vaccari e Daniele Borioli. “Il 62,7 per cento delle opere contestate – ha sottolineato Vaccariè del comparto elettrico e il fronte di opposizione più caldo è per le centrali a biomasse, quelle idroelettriche e i parchi eolici. Svolgere un dibattito pubblico su queste opere significa anche integrarle meglio nell’ambiente”.

Nell’ottica di una piena comprensione del dibattito pubblico e del suo potenziale, abbiamo chiesto a Matteo Brambilla, socio di RENA – associazione di ispirazione civica e indipendente, che mira a sperimentare politiche innovative, in cui le soluzioni ai problemi siano formulate e gestite in modo più collaborativo e trasparente tra istituzioni e cittadini – quale può essere il ruolo di un processo partecipato nel migliorare la produzione legislativa e il dialogo tra istituzioni e cittadinanza.

Progettazione partecipata per favorire la trasparenza, ostacolare i conflitti d’interesse e creare soluzioni su misura a partire dalle reali esigenze degli stakeholder. Come e quanto questo tipo di partecipazione può migliorare concretamente l’iter legislativo, fino a portare a un vero cambiamento?
Esistono due grandi anime dei processi partecipati, che si traducono in due grandi fini e in altrettanti modi di utilizzare gli strumenti della progettazione partecipata. Da un lato la gestione del rischio, dall’altro il crowdsurcing, inteso come capacità di fare leva su intelligenze “fuori dalla macchina” della pubblica amministrazione. La chiarezza negli obiettivi da parte del decisore politico è il primo, imprescindibile passo per capire e quindi comunicare fino a che punto lo stakeholder è coinvolto nella decisione. Bisogna tenere presente, infatti, che esiste un gradiente di coinvolgimento (dalla semplice informazione alla progettazione partecipata, fino ad arrivare alla coazione) e che non sempre la scelta migliore consiste nel maggiore livello di engagement: sarà l’analisi della situazione, comprensiva della segmentazione degli stakeholder sulla base di categorie logiche, a suggerire come procedere. Portato a termine tutto ciò, se si riesce a raggiungere il giusto mix nel delicato equilibrio fra obiettivi e strumenti, allora si può ottenere un cambiamento.

Sulla base dell’esperienza di RENA e degli esempi virtuosi già presenti sul territorio italiano, quali sono i metodi più efficaci per favorire il dialogo fra “intelligenza collettiva” e istituzioni?
Nel contesto italiano, sono fondamentali due precondizioni: da un lato il commitment, cioè la volontà reale, opposta all’obbligatorietà, di intraprendere il processo di coinvolgimento da parte delle istituzioni. Il commitment trova la sua controparte nella fiducia degli stakeholder nel processo e nelle istituzioni che lo promuovono. Se questi due presupposti non sussistono, è davvero difficile avere delle esperienze virtuose. Nell’ottica di ottenere la fiducia dei portatori di interesse, può essere utile ricorrere al coinvolgimento di soggetti terzi, accreditati all’interno di una comunità: porto come esempio l’esperienza di Next Snia. In questa occasione, RENA ha supportato l’istituzione pubblica nell’attivare un percorso di coinvolgimento di un gruppo di progettisti che si immaginassero il futuro di un’area industriale dismessa nella città di Rieti, agevolando la creazione di un rapporto di fiducia tra cittadini e amministrazione.
Infine, un terzo punto saldo da cui non si può prescindere è mettere sul piatto questioni rilevanti, pena il fatto che l’intero processo- colpevole di far perdere tempo e risorse- si riveli non solo inutile, ma controproducente.

Il testo del nuovo Codice degli appalti introduce il cosiddetto débat public per la realizzazione di opere pubbliche e impianti di particolari dimensioni e/o di particolare impatto sociale e ambientale. Quali sono i princìpi fondanti che un provvedimento di questo tipo non deve trascurare per essere efficace?
Flessibilità. Il grande rischio di normare un processo del genere in un contesto come quello dell’Italia è andare a imbrigliare, a irrigidire un meccanismo che deve essere a geometrie variabili. Se non si possiede la flessibilità necessaria, a mio parere comunque ottenibile anche a livello nazionale con una legge ben posta, si fallisce a priori. Per facilitare il processo c’è tutta una serie di attività preparatorie, in primis un’informazione puntuale e tempestiva da parte dell’opera pubblica, e una costruzione che ragioni per semafori, per tarare progressivamente il gradiente e il tipo di coinvolgimento.
Equilibrio fra obbligatorietà e volontarietà. Questa è la sfida più grande a livello di legislatori, nonostante oggi ci siano strumenti, come i nuovi media, che aiutano enormemente.
Regole definite. Un processo di coinvolgimento deve, pur lasciando spazio a creatività e libertà di opinione, avere dei passaggi chiari e un tempo definito per evitare costi che, quando si tratta di opere pubbliche, sono incredibili. E’ fondamentale specificare immediatamente quali sono le regole, le misure e le modalità di coinvolgimento. Persino la costruzione delle regole del gioco può essere territorio di progettazione partecipata, basta specificarlo chiaramente.
Trasparenza. Per quanto le leggi debbano essere scritte in modo complesso perché inserite in un sistema legislativo complesso, è importante che siano narrate in modo da essere capite. La trasparenza resta, insomma, un punto cardine in ogni fase del processo, dall’inizio alla fine.
E di qui non si scappa.

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