Dalla terra alla tavola, identikit in sei fasi dello spreco alimentare

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Imperfezioni estetiche, errori nella conservazione, scarsa attenzione ed educazione alimentare: le problematiche che compongono gli assurdi numeri dello spreco alimentare sono molteplici, e sono da ricercare lungo l’intera filiera di produzione, distribuzione e (mancato) consumo di cibo.

 

Un terzo della produzione di cibo nel mondo. Secondo la FAO, questo è l’assurdo numero di un altrettanto assurda distorsione del sistema chiamata spreco alimentare. Mentre ci si chiede come nutrire in futuro una popolazione globale in continua crescita non tralasciando soluzioni come ogm da un lato e il ricorso alle specie più svariate di insetti dall’altro, si stima che negli Stati Uniti, ad esempio, circa il 40% del cibo coltivato, processato, trasportato e distribuito non venga in realtà consumato.

Quali le ragioni di un tale paradosso e in quali punti della filiera avviene una così ampia e radicata dispersione? Complici motivazioni puramente estetiche, una cattiva gestione e una mancata educazione alimentare che sconfina in uno scarso rispetto per il cibo, dalla terra alla tavola nessuno snodo della catena della produzione e distribuzione alimentare è al sicuro da sprechi. Una interessante disamina pubblicata dal quotidiano The Guardian propone un identikit dello spreco in sei tappe, che si riferisce nei numeri al sistema statunitense ma trova agevolmente corrispondenze con mercati a noi più vicini.

 

1) Nei campi: le Nazioni Unite stimano che circa il 17% del cibo coltivato negli States va sprecato già entro i confini della fattoria o dell’azienda agricola.

2) Prima della spedizione: la fase immediatamente successiva al raccolto è critica per molti tipi di frutta. Un esempio calzante è costituito dalle fragole che, complici una rapidissima deperibilità e degli standard estetici altissimi volti all’omologazione formale, subiscono uno spreco prima della spedizione che le Nazioni Unite quantificano in una percentuale pari al 12%.

3) Durante il trasporto: viaggi lunghi (gli Stati Uniti, in questo caso più che in altri, sono emblematici vista la vastità del territorio), apparecchiature di conservazione non adeguate e imprevisti fanno sì che molto cibo vada sprecato, letteralmente, “per strada”.

4) Supermercati e ristoranti: a questo punto della catena, i criteri estetici e le preferenze dei consumatori la fanno da padrone, causando il rifiuto di tonnellate di cibo edibile (alcuni dati rivelano che circa il 16% degli alimenti del Nord America viene sprecato durante la processazione e la distribuzione) che, se non recuperato da specifiche organizzazioni e associazioni, finisce in discarica.

5) 6) A casa (nel frigo o a tavola): scarsa attenzione ed educazione alimentare, unita a un’etichettatura ingannevole perché non uniforme fanno sì che i cibi acquistati deperiscano, immangiati, nell’apparente sicurezza del frigo di casa o addirittura a tavola. Un esempio lampante? Il classico yogurt scaduto, o il pane avanzato e non recuperato.

In Europa e in Italia, la situazione appare purtroppo altrettanto drammatica. A fronte di ciò, è stata recentemente approvata in via definitiva dal Senato una legge apposita contro gli sprechi, con lo scopo dichiarato di recuperare 1 milione di tonnellate di cibo all’anno. Tutti i Paesi dell’Unione, peraltro, hanno sottoscritto l’impegno del nuovo target di sviluppo sostenibile dell’Onu, che prevede di combattere lo spreco alimentare dimezzandone le cifre entro il 2030: in ogni passaggio della filiera, senza eccezioni, dal campo alla tavola.

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