Fermo pesca, dove e quando si bloccano i pescherecci

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Nell’Alto Adriatico si è da poco concluso il fermo pesca, che continua invece, in successione, sulle altre coste italiane. Una pratica che, a detta di Coldiretti Impresapesca, necessita di una revisione per adattarsi ai periodi riproduttivi delle varie specie ittiche ma che, nel frattempo, è opportuno conoscere per un consumo di pesce responsabile e consapevole.

Preservare le risorse ittiche consentendo la crescita dei pesci fino all’età adulta: questo l’intento del fermo pesca che, a fasi alternate, interessa via via le coste italliane. A fronte di un overshoot day (data in cui ufficialmente il mondo termina le risorse a propria disposizione per l’anno in corso e inizia ad “erodere” riserve future) che giunge sempre prima a ricordarci le nostre colpe, trovare misure per evitare il collasso diventa prioritario. E così, nell’Alto Adriatico (da Trieste a Rimini), i pescherecci sono tornati a solcare le acque lo scorso 5 settembre dopo 43 giorni, mentre il fermo continua da Pesaro a Bari fino al 26 settembre e da Brindisi a Imperia scatterà per 30 giorni consecutivi dal 17 settembre al 16 ottobre. In Sardegna e Sicilia, invece, lo stop sarà disposto con provvedimenti regionali e sarà di almeno 30 giorni.

Tuttavia, Coldiretti Impresapesca ha mosso accuse pesanti alla pratica, definendola obsoleta e poco adatta al territorio: “L’attuale format del fermo pesca, inaugurato esattamente 30 anni fa, ha ampiamente dimostrato di essere inadeguato, poiché non tiene conto del fatto che solo alcune specie ittiche si riproducono in questo periodo, mentre per la maggior parte delle altre si verifica in date differenti durante il resto dell’anno” ha sottolineato in una nota stampa. Da qui la proposta della stessa Coldiretti Impresapesca di differenziare il blocco delle attività a seconda delle specie, mentre le imprese ittiche potrebbero scegliere ciascuna quando fermarsi in un periodo compreso tra il 1° luglio e il 30 ottobre.

In un Paese come l’Italia che importa più di 2 pesci su 3 nei territori interessati” continua l’associazione “con il fermo biologico aumenta peraltro anche il rischio di ritrovarsi nel piatto un prodotto straniero o congelato, se non si tratta di quello fresco Made in Italy proveniente dalle altre zone dove non è in atto il fermo pesca, dagli allevamenti nazionali o dalla seppur limitata produzione locale dovuta alle barche delle piccola pesca che possono ugualmente operare“.

Informazioni cui il consumatore/cliente dovrebbe avere accesso, per poter compiere le sue scelte alimentari in modo libero e consapevole. Secondo un’indagine di Coldiretti e Ixe’ divulgata lo scorso luglio, invece, oltre un italiano su tre non conosce il fermo pesca, o non sa dove e quando viene praticato.

Eppure, essere aggiornati sul calendario della pratica permette di valutare l’offerta di pesce, comprendere gli eventuali aumenti di prezzo e intuire se e quando l’alimento destinato ai nostri piatti può essere congelato o di provenienza straniera. Uno strumento utile quando, fuori dal supermercato o lontani dai banchi di pesce con etichettatura provvista per legge di indicazioni sull’area di pesca (Gsa), ci si ritrova a scegliere il proprio cibo, ad esempio, sulle pagine di un menù, seduti al tavolo di un ristorante.

Senza categoria Sostenibilità
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