I Paesi del Golfo al banco di prova della green economy

shutterstock_81466396Tradizionali produttori di greggio, i paesi del Gulf Cooperation Council muovono i primi passi verso la transizione energetica, tra luci ed ombre, in uno scenario geopolitico tutt’altro che stabile.

 

Era il 2010 quando la divisione investigativa dell’Economist dedicava un report, con traguardo 2020, alle future risorse dei Paesi del Golfo. Fra gli obiettivi, citati nella prefazione della pubblicazione, l’investimento in combustibile pulito e la fornitura di energie rinnovabili che potessero garantire una crescita sostenibile di questi Paesi, che avrebbero visto un forte aumento di popolazione e PIL.

Non a caso, proprio nel 2010 in Arabia Saudita nasce l’istituto K.A.CARE che mira a sostenere l’utilizzo di energie alternative e rinnovabili. Siamo dunque davanti a un processo lento ma inesorabile che vede la penisola araba muoversi verso la green economy, che – a causa del calo del prezzo del petrolio – ammicca alla prospettiva di creare nuovi posti di lavoro. Non stupisce, quindi, che questa rivoluzione verde – da cui emerge una spiccata predilezione per il solare – possa contare su stanziamenti ed investimenti ingenti.

Se da una parte l’Arabia Saudita punta a raddoppiare la sua capacità di energia rinnovabile entro il 2032, da un’altra negli Emirati Arabi Uniti (già nel 2013) viene inaugurato il più grande parco solare a concentrazione mai realizzato in Medio Oriente, lo Shams I. Caso studio particolarmente interessante, a questo proposito, quello rappresentato da Dubai che viene descritta, in una ricerca dell’Università di Oxford dell’estate 2016, come “un’ispirazione per la transizione verso la Green Economy nel Golfo”, soprattutto grazie alla sua particolare realtà di città-emirato. Va ricordato che il suo piano governativo vorrebbe portare, entro il 2050, la potenza generata da energia pulita al 75%.

Proprio sulla scia di questo impegno, lo scorso mese di ottobre, l’Emiro di Dubai – che è anche Vice Presidente e Primo Ministro degli Emirati Arabi Uniti – ha lanciato la World Green Economy Organization (WGEO) che vuole essere riferimento nazionale, e idealmente internazionale, per la ricerca collegata all’energia pulita e all’ambiente. Questa organizzazione avrà ruolo consultivo, offrendo supporto tecnico e finanziario ai suoi aderenti e può godere delle simpatie dell’UNDP, il Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite.

L’ONU non è la sola istituzione ad appoggiare la svolta rinnovabile dei Paesi del Golfo; già nel 2015 la Banca Mondiale aveva organizzato un Forum, tenutosi in Oman, dedicato ad efficienza energetica e rinnovabili. Obiettivo quello di esaminare il ruolo dell’energia pulita anche dal punto di vista della riduzione della pressione fiscale e dell’aumento di produttività e competitività economica. Insomma, l’interesse che i governi di questa regione esprimono nel voler diventare leader nella produzione di rinnovabili, oltre a mantenere il tradizionale primato legato alle loro risorse petrolifere, è esemplare per comprendere il complesso intreccio che lega energia, economia e politica.

A riguardo, di particolare interesse l’annuale analisi di questo mercato redatto da IRENA, International Renewable Energy Agency, che fra le potenzialità per i paesi membri del Gulf Cooperation Council – ovvero Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain e Oman – annovera la riduzione di 11 miliardi di litri di prelievo d’acqua (meno 16%), il risparmio di 400 miliardi di barili di petrolio nel settore energetico, ma anche la creazione di 2000 posti di lavoro e la riduzione di emissioni pro capite di anidride carbonica dell’8%, entro il 2030. Una strada ancora lunga, ma che vale la pena intraprendere.

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