Eolico: che aria tirerà nei prossimi anni?

Da uno studio condotto dallassociazione nazionale per lenergia del vento (Anev) emergono prospettive decisamente promettenti per l’eolico che, tuttavia, richiedono un quadro legislativo più chiaro e maggiori incentivi.

Nell’ottica di abbattere le cosiddette “emissioni climalteranti” e di migliorare sia la sicurezza degli approvvigionamenti energetici sia la competitività produttiva attraverso il sostegno alla domanda di tecnologie rinnovabili, la direttiva 2009/28/CE ha stabilito un quadro comune a tutti gli stati membri dell’Unione Europea per la promozione dell’energia da fonti rinnovabili. A questo scopo, il provvedimento ha fissato obiettivi nazionali obbligatori (piani di azione nazionali o PAN), con deadline al 2020, relativamente al tasso di crescita della quota di energia derivante da fonti rinnovabili nei settori dei trasporti, dell’elettricità e del riscaldamento e raffreddamento. In Italia, la direttiva 2009/28/CE è stata attuata con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28 che, all’articolo 3, ha stabilito due obiettivi nazionali: una  quota  complessiva  di  energia  da  fonti  rinnovabili sul consumo finale lordo di energia da conseguire nel 2020 pari al 17% e , all’interno di questo primo punto, una quota di energia da fonti  rinnovabili in tutte le forme di trasporto pari almeno al 10% del consumo finale di energia nel  settore dei trasporti  nel medesimo anno.

Tra i vari punti disposti dal piano d’azione nazionale 2020 rientra anche l’obiettivo di installare un parco eolico complessivo pari a circa 12.680 MW di cui 12.000 MW on-shore e 680 MW off-shore. Tuttavia, uno studio di Anev (l’Associazione nazionale che promuove l’energia del vento) ha fotografato la situazione a fine 2016, mettendo in luce un quadro poco confortante: ai 2.750 MW on-shore ancora da conseguire si aggiunge l’assenza totale di impianti off-shore; la situazione è resa ancora più difficile da un quadro legislativo ingessato che non è in grado, quindi, di offrire prospettive di sviluppo del settore. Lo studio si è poi spinto a tracciare una previsione di crescita della produzione eolica al 2030, anno entro il quale dovranno essere definiti gli obiettivi intermedi della roadmap europea finalizzata a ridurre dell’80% le emissioni di CO2 entro il 2050.

Estendendo quindi l’orizzonte temporale al 2030 le previsioni sul potenziale nazionale eolico sono decisamente promettenti: 17,15 GW, pari a una produzione di 36,46TWh; di questi, 950 MW dovranno essere ottenuti tramite impianti off-shore e 400 MW con il minieolico, ovvero con aerogeneratori di altezza inferiore a 30 metri in grado di produrre corrente a regimi anemometrici inferiori a quelli richiesti dagli impianti industriali e per lo più al servizio di utenze isolate per auto-produzione. Per quanto riguarda l’off-shore, invece, le prospettive più interessanti si concentrano lungo le coste comprese tra l’Abruzzo e la Puglia, un “bacino” con un potenziale di 550-650 MW, mentre altri 300 MW potrebbero derivare da impianti collocati lungo le coste sarde e siciliane, che presentano però una criticità derivante dal fatto che, già a poche centinaia di metri dalla costa, i fondali scendono rapidamente oltre i 30 metri in genere, elemento quest’ultimo da tenere in debita considerazione in fase di pianificazione.

Interessante anche l’analisi sui vantaggi non direttamente economici. In primo luogo, per quanto riguarda il basso impatto ambientale, il conseguimento dell’obiettivo al 2030 comporterebbe il risparmio di circa 50 milioni di barili di petrolio, che a sua volta si tradurrebbe in un taglio di 9 mila tonnellate di polveri sottili, 25 milioni di tonnellate di CO2 , oltre 75 mila tonnellate di NOX e 55 mila tonnellate di SO2 in meno.

In termini di occupazione, l’installazione di 17,15 GW di potenza si tradurrebbe in 67.200 posti di lavoro (di cui 1/3 diretto e 2/3 di indotto), di cui 10.000 solo al sud.

A questi andrebbero ad aggiungersi oltre 7.000 nuovi impieghi legati al rinnovamento di impianti obsoleti (circa 2 GW di potenza eolica è riferibile a impianti che hanno superato i 10 anni di vita), attività per la quale servirebbe un regime di incentivi in grado di sbloccare la situazione.

In conclusione, la proiezione al 2030 appare sicuramente promettente sotto molti punti di vista; quello che ora serve realmente è un deciso supporto da parte del legislatore al fine di avere regole di mercato certe, in grado di incentivare investimenti al pari di sgravi fiscali e/o meccanismi di recupero.

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