Economia circolare: il new deal verde

Circular economy, resilienza, decrescita. L’emergenza ambientale globale costringe al cambiamento anche gli schemi della produttività e l’Europa dimostra di crederci, elargendo finanziamenti a chi abbraccia gli investimenti sostenibili.

Difficile districarsi nel nuovo ecosistema di terminologie e prassi di un mercato che cambia velocemente e che viene – purtroppo – percepito come troppo rischioso. Chi decide di abbandonare i vecchi sistemi che potremmo semplicisticamente definire capitalistici ‘tout court’, è visto come un pioniere avventato piuttosto che capace di intercettare davvero il futuro dei mercati.

L’economia circolare basa la sua forza sullo scardinamento del modello lineare “estrazione, produzione, consumo, smaltimento” e sulla creazione di un re-impiego dei materiali di risulta che diano vita a nuove opportunità di guadagno e ad un quasi azzeramento degli sprechi.

Il mondo dei rifiuti è quindi parte integrante e fonte stessa di una nuova produttività. L’esempio più classico riguarda le filiere industriali che sempre più spesso creano un circolo virtuoso dei prodotti di scarto. Ma esistono anche casi più particolari, come le reti da pesca disperse che vengono utilizzate per creare tappeti venduti poi nei mercati di tutto il mondo; o gli apparati tecnici sanitari che ‘rientrano’ sul mercato dopo nuovi processi di manutenzione e garanzia.

Si imita quindi il ciclo naturale, nel quale le scorie diventano materia e nutrimento di altre forme di vita. Un sistema duttile nel quale tutto torna sotto forme nuove o rinnovate.

La UE crede molto in questa nuova frontiera, tanto da adottare un pacchetto di misure, il “Circular Economy Package” per valorizzare, tramite finanziamenti, le iniziative economiche ‘circolari’ dei Paesi membri: circa 1000 milioni di euro saranno gestiti e distribuiti direttamente dall’Unione e altri 5,5 miliardi andranno a costituire fondi strutturali a disposizione delle regioni.

Gli obiettivi fissati nel “Towards Circular economy: a zero waste programme for Europe” riguardano, in un’ottica più ampia, tutte le pratiche che possono rendere i paesi membri meno impattanti e creare nuovi impieghi nei settori dell’industria sostenibile: la crescita economica sarà quindi accompagnata da un minore spreco di materiali e da emissioni di CO2 più basse.

Eppure, sono proprio le emissioni di CO2 a rappresentare una criticità da affrontare seriamente. Giorgio Nebbia (professore di Merceologia, dottore honoris causa in Scienze Economiche e Sociali) nel suo libro ‘Non superare la soglia: Conversazioni su centocinquant’anni di ecologia’, scrive: “sperare che un rifiuto sparisca o si converta in qualcosa di nuovo e il processo sia assolutamente non impattante, è da sciocchi: un rifiuto si forma sempre”.

Nebbia, uno dei padri del movimento ambientalista italiano, sostiene che l’economia circolare dovrebbe essere sempre sottoposta a due vincoli essenziali: tenere a mente che, nonostante il migliore dei processi virtuosi, non esiste la possibilità scientifica di non produrre alcuna scoria; e ricordarsi che anche il processo di conversione e re-inserimento dei rifiuti ‘trasformati’ nei cicli produttivi richiede un investimento di energia, il quale, a sua volta, genera rifiuti. Nello specifico, soprattutto CO2 appunto.

Si tratta quindi di intraprendere un’ulteriore nuova transizione, oltre a quella tanto necessaria quanto complessa legata alle fonti rinnovabili. A tal fine, sarebbe opportuno che i fondi europei coprissero anche il settore ricerca e sviluppo, creassero un’infrastruttura digitale connessa e sostenessero le buone pratiche dei semplici cittadini. Troppo? Forse, considerando che stiamo parlando di un continente con una percentuale di scarti finiti in discarica ancora superiore a quella di riciclo. Abbandonare il modello lineare sembra però la strada migliore – se non l’unica – per non perdere ricchezza e soprattutto per rispettare in nostro troppo abusato Pianeta.

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