L’atlante dell’economia che rinnova se stessa

L’economia circolare è uno degli argomenti più attuali e dibattuti in ambito ambientale; per inquadrare la tematica, è sufficiente rifarsi alle parole di Ellen MacArthur.

La fondatrice dell’ente di beneficenza che porta il suo nome, e la cui finalità consiste nell’accelerare la transizione dello sviluppo dell’economia globale, dice: “Circolare è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola”.

Un’economia che sfrutta i suoi stessi scarti, coinvolgendoli in nuovi cicli produttivi, e che è oggetto di studi d’innovazione e attività normative dedicate, oggi più che mai.

La UE, non a caso, ha recentemente gettato le basi per l’accordo provvisorio sul pacchetto legislativo a riguardo (pacchetto che avrà come base soprattutto il trattamento dei rifiuti: l’accordo -infatti- andrà a modificare la direttiva-quadro a riguardo) con proposte volte ad incoraggiare il riutilizzo dei prodotti e migliorare i processi di riciclo.

Nel nostro Paese, le iniziative economiche di questo tipo sono andate moltiplicandosi e il CDCA (Centro Documentazione Conflitti Ambientali) ha realizzato una piattaforma per mappare e mettere in comunicazione fra loro questa moltitudine di esperienze: L’Atlante Italiano dell’Economia Circolare.

Per gli utenti è previsto un formulario da compilare per far sì che la realtà individuata sia effettivamente rispondente alle caratteristiche dell’economia circolare: il formulario è stato realizzato e curato dal CDCA in collaborazione con un comitato scientifico (che ha anche funzione di supervisore) composto da esperti di settore di ECODOM, di Fondazione Ecosistemi e dai ricercatori del Consorzio Poliedra – Politecnico di Milano.

Filtri necessari perché la forte espansione di questo business sta, al contempo, allargandone troppo le maglie dei requisiti. Gli standard richiesti ricalcano le obbligatorietà richieste dalla UE e tengono conto di tutta l’esperienza delle realtà che vogliono nell’Atlante. Oggi, il rischio di valutare solo il risultato economico e di esporsi al ‘greenwashing’ (ovvero la strategia di comunicazione finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale), è troppo elevato.

Così facendo le imprese facenti parte del progetto sono garantite agli occhi dei consumatori e dei possibili stakeholder e si può dare visibilità commerciale a realtà come il “Quid” di Verona: un brand di moda etica e sostenibile che utilizza tessuti di fine serie, destinati al macero. Abbattendo le emissioni dannose e impiegando persone appartenenti a categorie svantaggiate, “Quid” dimostra di essere un’esperienza valida non solo nel campo dell’economia circolare ma anche nel sociale.

Da nord a sud, l’Atlante raccoglie anche medie e grandi imprese: “Green Idea Technologies” copre Liguria ed Emilia Romagna occupandosi, prima attività europea nel suo genere, di “consulenza ambientale certificata nel settore informatico”. Grazie agli attestati rilasciati, i clienti potranno diminuire le emissioni di CO2 attraverso l’inserimento di prodotti rigenerati e ricondizionati all’intero della propria filiera produttiva.

Anche reti aziendali possono trovare spazio nel progetto, come le partner di “100% Campania”, tutte operanti nel settore della filiera della carta. Con oltre 200 milioni di fatturato, gestiscono la raccolta di materie prime secondarie per la produzione di packaging, attuando il principio del riciclo di prossimità, riducendo l’impatto ambientale e offrendo la possibilità di riutilizzare lo stesso macero per attuare un riuso sostenibile.

Esperienze molto trasversali quindi, una moltitudine di possibili declinazioni per un mondo del business sempre meno impattante.

 

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