Il turismo montano ai tempi del riscaldamento globale

Gli effetti del riscaldamento globale mettono a rischio, insieme alla neve, l’offerta turistica invernale delle località alpine. Serve, dunque, un cambio di paradigma che accosti alla tutela dell’ambiente una destagionalizzazione del settore.

L’estate è tornata, con le sue temperature torride. In questi giorni di afa crescente, quanti fra noi hanno cercato conforto nel ricordo o nella prospettiva dei pendii innevati che contraddistinguono la montagna d’inverno? Ebbene, il turismo montano, così come lo conosciamo, è messo a rischio dall’incessante opera del riscaldamento globale.

Secondo un’analisi compiuta dall’OCSE, entro il 2050 il cambiamento climatico potrebbe infatti rendere inservibile un quarto (22 su 81) delle stazioni sciistiche dell’arco alpino. Nel frattempo, si assiste a un accorciamento della stagione sciistica di 4-6 settimane, a fronte di un aumento medio delle temperature di un grado. Il parametro preso in considerazione è la “snow reliability”, che definisce affidabili quelle località in grado di garantire neve fresca per almeno 100 giorni.

La neve artificiale, al momento individuata come soluzione, è solo uno specchio per le allodole: per produrla è necessario registrare temperature inferiori a zero gradi da tre a cinque giorni consecutivi. Una condizione sempre meno frequente tanto che, secondo le previsioni, entro il 2050 soltanto le aree al di sopra dei 1800 metri potranno contare sul turismo sciistico.

Cosa sarà delle restanti aree? Una trasformazione climatica di tale portata necessita un cambio di paradigma, capace di modificare il settore nel breve e nel lungo periodo.

Oltre alle problematiche già esposte, l’innevamento artificiale comporta, infatti, un aumento esponenziale del consumo idrico ed energetico. Ricerche condotte in Francia rivelano che in alcune aree sciistiche la qualità dell’acqua potabile è peggiorata per effetto degli additivi usati nella preparazione della neve per gli impianti, mentre gli interventi per favorire il turismo, alterando il territorio e il bilancio idrico, potrebbero favorire il verificarsi di erosioni e smottamenti.

Per individuare soluzioni alternative, nel febbraio 2017 la CIPRA, Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, ha diffuso il position paper “Solstice in winter tourism”. Il documento offre alcuni spunti per diversificare l’offerta del turismo montano a partire dalle mutate circostanze e dalle peculiarità dei territori, in modo da proporre un turismo più rispettoso e sostenibile.

A partire da un approccio olistico e sistemico, la CIPRA chiede ai politici locali e regionali di impegnarsi a lungo termine per creare condizioni che permettano una migliore qualità della vita nelle Alpi, tanto gli abitanti che per i visitatori. Tali condizioni quadro si basano su tre principi chiave: una salvaguardia delle aree ancora incontaminate e riqualificazione dell’ambiente; una diversificazione dell’offerta; un miglioramento della qualità dell’accoglienza, del paesaggio e dei servizi pubblici di mobilità sostenibile.

Una delle possibili chiavi potrebbe, dunque, essere la destagionalizzazione. Un turismo verde che, oltre ad essere più attento all’ambiente, accosti al classico “bianco” della neve montana una convincente offerta estiva.

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