Standard e certificazioni ambientali: un business in continua crescita al quale si chiede etica, semplificazione e trasparenza

Fondazione Symbola e Cloros, in collaborazione con Accredia, hanno presentato “Certificare per competere”, il rapporto che fotografa l’universo degli standard e delle certificazioni ambientali.

Ogni anno si registrano più di 12 nuove tipologie di certificazioni e marchi ambientali, che vanno a sommarsi alle 450 già presenti, una selva di procedure dove non sempre vengono garantite chiarezza e veridicità di quanto dichiarato. Per far fronte a questa complessità Cloros e Symbola hanno presentato un rapporto per orientare aziende e consumatori e permettere loro di compiere scelte più consapevoli.

Lo studio, primo nel suo genere, “esamina a fondo marchi e certificazioni amiche dell’ambiente portando alla luce la solida correlazione che esiste tra queste certificazioni e competitività delle aziende che le adottano”, analizzando i quattro settori principali del Made in Italy: Automazione, Abbigliamento, Arredocasa e Alimentari, mettendo a confronto le performance delle aziende certificate con quelle non certificate.

Si può così notare che nel periodo dal 2009 al 2013, i fatturati delle imprese certificate sono aumentati del 3,5%, mentre quelle senza certificazione hanno segnato “solo” un 2%; le certificazioni hanno quindi giocato un ruolo fondamentale, costituendo un plus di non poco conto. I principali benefici sono stati riscontrati nel settore dell’abbigliamento (3,6%) e dell’automazione (3,9%), mentre le PMI (fino a 50 addetti) sono risultate essere le maggiori beneficiarie delle certificazioni ambientali registrando uno “spread” del 4% sul fatturato e del 1,2% negli occupati rispetto alle aziende più grandi.

Risultati suffragati dall’inedita sensibilità degli italiani verso la sostenibilità, infatti, secondo un sondaggio Ipsos (somministrato a maggio 2015, prima dello scandalo “diesel gate”) gli intervistati dimostrano interesse verso le tematiche green e un buon grado di fiducia verso le certificazioni ambientali, l’80% le ritiene infatti affidabili, anche se solo il 15% è in grado di fornire nomi di certificazioni esistenti dimostrando così una scarsa conoscenza della materia, ciò conferma che il percorso verso una corretta e consolidata conoscenza delle certificazioni ambientali e i loro relativi vantaggi è ancora lungo e non scevro di insidie. L’Italia in questo senso si conferma come secondo paese al mondo per numero di certificazioni ISO 14001 (oltre 24mila, seguite poi dal biologico e da FSC) e primo per quanto riguarda certificati EPDEnvironmental Product Declaration.

Il potenziale delle certificazioni ambientali sembra quindi non essere ancora pienamente sfruttato, in primis per un’inadeguata conoscenza delle certificazioni stesse e dei benefici che esse sono in grado di apportare; è quindi necessario rendere consapevoli sia gli operatori economici sia i consumatori finali della loro esistenza in modo da renderle un elemento fondamentale nella crescita evolutiva dell’economia italiana.

Al termine dei lavori rimane però inevasa una domanda posta da Ermete Realacci durante il suo intervento: “le performance elevate di alcune aziende sono dovute proprio alle certificazioni che hanno adottato o più semplicemente al fatto che si certificano sono le aziende più virtuose?

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