Le giungle urbane

Fulco Pratesi li chiamò ‘clandestini in città’, erano gli inizi degli anni ’70 e il libro omonimo tracciò la prima analisi di un fenomeno oggi convalidato da numerosi studi sul campo: l’inurbamento animale.

Si tratta – testualmente dalla Treccani – del “fenomeno per cui popolazioni di specie selvatiche tendono a colonizzare le città e in generale i centri abitati. Riguarda un gran numero di specie appartenenti a molti gruppi animali (soprattutto uccelli e mammiferi), e può essere stabile, se la popolazione rimane all’interno di una città per l’intero anno, oppure stagionale”.

Questo tipo di ‘rapporto’, che ha radici antichissime (nelle città egizie più estese comparvero uccelli e mammiferi insoliti per i contesti urbani dell’epoca), può essenzialmente manifestarsi in due modi: viene considerato attivo quando le specie animali invadono lo spazio urbano o passivo, quando sono le città ad inglobare habitat selvatici e, con essi, la fauna che li abita.

Le nuove specie urbane autoctone rappresentano quindi una sorta di evoluzione del bestiario cittadino e portano con sé poche criticità escludendo una convivenza non facile con il patrimonio architettonico ed un’eventuale profilassi sanitaria ad hoc.

Le città inoltre sono animate da differenti contesti sociali che le fanno reagire ed adattare diversamente di fronte alla stessa declinazione del fenomeno.

Intervistato sull’argomento dal “The Guardian”, Guillaume Chapron, ricercatore presso la facoltà di Scienze Agricole dell’Università di Svezia, espone un semplice esempio: a Roma, in uno scenario problematico per la raccolta dei rifiuti, gli animali ‘spazzini’ come i cinghiali hanno creato più di uno scontro di convivenza; viceversa, in zone più arretrate del pianeta, creature con abitudini simili, come iene e avvoltoi, sono state accolte come soluzione al problema.

In questo contesto così complesso, il WWF ha quindi deciso di presentare la Mappa dei ‘Big 5’ della fauna italiana, ovvero le cinque specie rappresentative degli ambienti urbani di 10 diverse città italiane.

Dal granchio d’acqua dolce dei Mercati di Traiano di Roma, ai falchi pellegrini di Bologna, fino ai gheppi che nidificano a Milano e Napoli, WWF Italia ha tracciato un viaggio negli ecosistemi cittadini che è diventato uno dei temi principali dell’ultimo ‘Urban Nature’. Il grande evento nazionale dedicato alla natura urbana ha fatto conoscere la ‘nuova’ biodiversità delle metropoli coinvolgendo attivamente i cittadini ed in particolare i più piccoli.

Di certo, i nostri nuovi concittadini trovano diversi vantaggi nella vita metropolitana: un ambiente mite, popolato da umani meno pericolosi, ricco di nascondigli e cibo-spazzatura (nel vero senso del termine).

Secondo Donatella Bianchi, presidente di WWF Italia, “gli animali con cui condividiamo gli spazi urbani sono un segnale del benessere delle città e di noi tutti”.

Forse si tratta di una dichiarazione un po’ troppo ottimista: l’inurbamento animale infatti è spesso originato da mutamenti problematici. Gli animali selvatici si spostano nelle metropoli perché l’urbanizzazione è fuori controllo, gli equilibri della catena alimentare si sono impoveriti e i cambiamenti climatici, dannosi per loro e per noi, li spingono a fuggire da un ecosistema spesso compromesso.

In un’ottica più ampia, oltre ai Big 5, WWF ha promosso anche un approccio alle specie “arrivate da ambienti lontani”. Si tratta delle cosiddette specie aliene che però non portano nessun vantaggio e la cui estraneità, anzi, le ha rivelate aggressive nei confronti di animali già inurbati ed invasive degli ecosistemi cittadini e non. Minacciano la biodiversità ed incidono persino sull’economia: basti pensare che la lotta nei loro confronti costa alla UE quasi tre miliardi l’anno.

Riguardo all’inurbamento animale è quindi necessario contestualizzare gli effetti, spesso innocui, di una convivenza portatrice di nuove possibili opportunità senza dimenticare che le cause scatenanti di questo fenomeno sono da considerarsi tutto meno che positive.

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