Scoperti in USA i frackibacter, batteri sconosciuti originatisi dal fracking

frackingUna ricerca dell’Università dell’Ohio ha scoperto un nuovo tipo di batterio che vive all’interno dei pozzi estrattivi in cui si pratica il fracking. Il frackibacter altro non è che l’ennesimo effetto collaterale di una tecnica discutibile in quanto rischiosa per la salute e fortemente impattante.

Per quanto minimizzate dalle compagnie estrattrici, le conseguenze deleterie del fracking (o fratturazione idraulica, per dirlo all’italiana) sono molte, e da più parti  documentate.

 

Dagli avvertimenti dal mondo ambientalista agli studi scientifici, dai documentari sul tema (“Dear President Obama” di Jon Bowermaster è un ottimo esempio) alle testimonianze degli stessi cittadini trovatisi, loro malgrado, a intrattenere rapporti di vicinato con i pozzi…Sono molte le voci che ne denunciano gli spiacevoli effetti: correlazione con fenomeni sismici, rilascio nelle falde acquifere di sostanze chimiche dannose per la salute, ingente dispendio di risorse idriche e ambientali. Tutto questo a fronte di una resa che non sempre ha soddisfatto le aspettative, soprattutto nel lungo termine.

 

E ora, una nuova minaccia giunge ad arricchire le fila delle controindicazioni di tale pratica, nata per estrarre gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto (ossia quelle presenti nel sottosuolo che si sfaldano più facilmente): si tratta dei Frackibacter, batteri fino ad ora sconosciuti che, a differenza delle altre forme di vita, trovano un habitat favorevole all’interno dei pozzi di estrazione. Consistendo nello sparare un liquido viscoso dalla composizione chimica non esplicitata nella formazione rocciosa prescelta (perlopiù formata da argillite, nelle cui fessure si annidano elementi di idrocarburi), il fracking genera infatti un ambiente particolarmente salmastro e inospitale. Per tutti, tranne che per i neo-scoperti frackibacter.

 

Secondo uno studio condotto dagli scienziati dell’Università dell’Ohio, il nuovo gene è uno dei 31 tipi di microbi presenti negli ecosistemi generati da due differenti siti di fracking, caratterizzati da peculiarità geologiche differenti e situati a centinaia chilometri di distanza l’uno dall’altro.

 

I risultati di tale analisi comparata sono stati pubblicati sulla rivista “Nature Microbiology”. “Riteniamo che i microbi di ciascun pozzo siano in grado di creare un ecosistema autosufficiente, dove riescono a procurarsi il loro stesso cibo” ha affermato Kelly Wrighton, ricercatrice del dipartimento di Microbiologia e Biofisica alla Ohio State University. “Trivellare il pozzo e pompare i fluidi di fratturazione creano l’ecosistema, ma i microbi stessi si adattano al loro nuovo ambiente in modo da sostenere il sistema per lunghi periodi”.

 

A partire da queste evidenze sembra chiaro, dunque, che i nuovi batteri dimostrano una resistenza e una capacità di adattamento fuori dal comune. E che, grazie al fracking, dovremo farci i conti.

Ambiente Biodiversità
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