FILE - In this Dec. 16, 2009 file photo, steam and smoke rises from a coal power station in Gelsenkirchen, Germany. Europe's main weapon in the battle against climate change is now fighting for its own survival. In early January, investors in the continent's cap-and-trade system still had to pay some euro14 ($18.30) for the right to emit one ton of carbon dioxide into the air. By last week, the price of one emission allowance had tumbled to a meager euro6.41, making it much cheaper to pollute and slashing the financial incentives for companies to invest in low-carbon technologies. (AP Photo/Martin Meissner, File)

In Rwanda la firma per ridurre i gas serra

FILE - In this Dec. 16, 2009 file photo, steam and smoke rises from a coal power station in Gelsenkirchen, Germany. Europe's main weapon in the battle against climate change is now fighting for its own survival. In early January, investors in the continent's cap-and-trade system still had to pay some euro14 ($18.30) for the right to emit one ton of carbon dioxide into the air. By last week, the price of one emission allowance had tumbled to a meager euro6.41, making it much cheaper to pollute and slashing the financial incentives for companies to invest in low-carbon technologies. (AP Photo/Martin Meissner, File)

“La risposta al surriscaldamento globale non sta in un’unica grande strategia bensì in una serie progressiva di misure che coinvolgono più tecnologie”. Così la redazione del NYT commenta l’ultimo storico accordo che mira alla riduzione del surriscaldamento globale.

Non state leggendo un articolo del novembre 2015; non si tratta di un commento alle decisioni prese in occasione della COP21 di Parigi, ma di quelle siglate a Kigali.

In Rwanda, infatti, negoziatori da 197 paesi del mondo hanno siglato il 15 ottobre un accordo per la riduzione delle emissioni causate dagli idrofluorocarburi (HFC), considerati la causa di inquinamento con la crescita più rapida al mondo.

Queste sostanze, conosciute anche come gas serra, vengono generalmente usate per la refrigerazione, dai frigoriferi all’aria condizionata, e con la loro limitazione si stima di poter abbassare la temperatura terrestre di almeno mezzo grado centigrado.

Con questo accordo, ha commentato David Doniger, direttore del Consiglio di Difesa per le Risorse Naturali, è come se si fermassero le emissioni di CO2 da combustibili fossili di tutto il mondo per più di due anni”.

Se ufficialmente la decisione presa in Rwanda è un emendamento al Protocollo di Montreal, con il quale nel 1987 si puntava ad eliminare il buco dell’ozono con la messa al bando di refrigeranti dannosi quali i clorofluorocarburi (CFC), nei fatti si è trattato di un lavoro nel segno degli accordi presi lo scorso anno in Francia. Per lo meno così è stato presentato.

Per il direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), Erik Solheim, l’intesa raggiunta aiuterà a “stabilizzare il clima terrestre” ed è un chiaro segno che la trasformazione sostenibile avviata a Parigi è “irreversibile ed inarrestabile”.

Dello stesso avviso Miguel Arias Canete, commissario europeo al clima, per cui si è trattato di “una grande vittoria per il clima, un passo importante in vista della concretizzazione delle promesse fatte a Parigi”.

Ancora John Kerry, Segretario di Stato americano, lo ha definito “un passo avanti monumentale” che tiene conto delle necessità delle singole nazioni e pensa al bene del globo.

La road map per l’attuazione dell’intesa presa a Kigali contempla infatti più fasi, come le politiche internazionali ambientali ci hanno abituato in questi anni. In prima linea i paesi più ricchi, fra cui UE e USA, che si sono impegnate a bloccare produzione e utilizzo di HFC entro il 2018; poi una parte consistente di paesi emergenti, come la Cina, il Brasile e i paesi africani, per cui la deadline è fissata al 2024; data limite per le restanti nazioni, tra cui sono annoverati India e Pakistan, il 2028.

Anche gli accordi presi in occasione della conferenza sul clima del 2015 non sono ancora stati ratificati da tutti e 197 i paesi firmatari. Ad oggi siamo a 81 ratifiche, numero superiore  alla soglia necessaria per la sua entrata in vigore, il prossimo 4 novembre. Da notare che l’Italia è fra i paesi che hanno avviato il processo di ratifica ma non lo hanno ancora concluso.

A differenza di Parigi, però, l’emendamento di Kigali ha carattere obbligatorio e comporta, per le nazioni che non ne seguano le indicazioni, sanzioni commerciali. Ottimo stimolo, questo, per ritenere che le aziende saranno le prime a trovare alternative valide, e sostenibili, alle sostanze vietate.

Altro segnale incoraggiante la posizione di World Bank pronta a sostenere attraverso il Climate Change Action Plan progetti a favore dell’efficacia energetica nelle aree urbane: si parla di 1 miliardo di dollari in prestiti entro il 2020.

“Da qui in avanti – spiega John Roome, Senior Director del Climate Change Group – guarderemo ad opportunità che portino una triplice vittoria: aumentare l’efficacia delle tecnologie di raffreddamento, diminuire il consumo di energie e fare a meno di quelle sostanze chimiche pericolose per il clima.”

Certo non mancano i detrattori, osservatori che ritengono che si potesse ottenere di meglio. Chissà che a loro non giunga una nuova risposta già dalla prossima COP22, che si terrà dal 7 al 18 novembre in Marocco. Noi di certo ve lo racconteremo.

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