Plastica nei mari… e nei pesci: disastro ambientale irrecuperabile entro il 2050?

Si sommano le voci, in campo scientifico, che lanciano allarmi sulla presenza di rifiuti e plastica negli oceani: un fenomeno destinato a crescere in modo esponenziale.

Si sommano le voci, in campo scientifico, che lanciano allarmi sulla presenza di rifiuti e plastica negli oceani: un fenomeno destinato a crescere in modo esponenziale.

Se è vero che siamo ciò che mangiamo, le prospettive non sono davvero un granché: negli scorsi mesi, uno studio dell’Università della California-Davis e dell’Università Hasanuddin (Indonesia), pubblicato su Scientific reports ci ha rivelato come il 25% del pesce che arriva sui banchi dei mercati statunitensi e indonesiani contenga tracce di rifiuti, perlopiù plastici e fibre tessili. Da questi dati emergono due diverse emergenze, dal momento che la tipologia di rifiuti predominante ritrovata all’interno dell’intestino dei pesci ha una forte connotazione geografica: prevalentemente plastica nel caso dell’Indonesia, dove la raccolta differenziata deve fare ancora molti passi avanti, e fibre tessili negli Stati Uniti, dove la raccolta della plastica è gestita in modo più efficace ma sono i sistemi di depurazione a richiedere urgente intervento. Gli scarti tessili, infatti, provengono dalle acque reflue delle lavatrici.

Ora, la recente indagine presentata dalla Fondazione Ellen MacArthur ci avverte che la situazione è in via di peggioramento: entro il 2050 negli oceani potrebbero esserci più bottiglie di plastica che pesci, in termini di peso. Sono 8 milioni le tonnellate di plastica che ogni anno finiscono nei mari, pari a un camion pieno di spazzatura ogni minuto. Numeri inquietanti, destinati a raddoppiare entro il 2030. In realtà, il rischio di ingestione di questi rifiuti plastici per l’uomo è minimo, poiché essi si accumulano nell’intestino dei pesci, il quale costituisce parte di scarto, tuttavia è ancora oggetto di studio la potenziale pericolosità delle sostanze chimiche della plastica: ad oggi non è possibile confermare o escludere che una parte di questi elementi possa passare nei tessuti e nelle parti commestibili.

Il problema, in ogni caso, ha dimensioni impossibili da ignorare: se è vero che le isole di plastica formatesi negli oceani sono ormai famose ma sono in qualche modo lontane, le spedizioni annuali di Goletta Verde ci costringono a ricordare quanto il problema interessi da vicino chiunque. In occasione del più recente tour nei mari italiani, Goletta Verde ha diffuso i dati Ispra aggiornati relativi all’inquinamento delle nostre acque: per ogni 100 mq galleggiano 700 rifiuti, i quali costituiscono soltanto il 30% dell’ammontare degli scarti presenti nelle nostre acque. Il 92% è costituito da plastica.

Proprio il materiale è uno dei nodi cruciali del problema: secondo i dati diffusi dal movimento Plastic Pollution Coalition, oggi soltanto il 5% della plastica prodotta viene riciclato ed entro il 2050 la produzione mondiale è destinata a quadruplicare. L’emergenza è evidente: istituire una filiera virtuosa è fondamentale per ricomporre un delicato equilibrio tra una produzione in vertiginosa crescita e materiale inquinante in costante accumulo. Una sfida impegnativa, ma da vincere in fretta per poter finalmente far fronte alla seconda: dopo aver smesso di inquinare, sarà il momento di ripulire.

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