Nuovi reati ambientali: primo intervento della Cassazione

inquinamentoLa sentenza della terza sezione penale della Cassazione, 21 settembre 2016,  n. 46170, riguarda un cantiere di bonifica nel porto di La Spezia per il quale si configura lipotesi di reato di inquinamento ambientale

 

A poco più di un anno di distanza dall’entrata in vigore della legge 2 maggio 2015, n. 68 che ha introdotto «Disposizioni in materia di delitti contro lambiente», si registra la prima sentenza della Cassazione sul tema dei nuovi “ecoreati”.  La legge n. 68/2015 ha introdotto una sorta di rivoluzione copernicana nell’ambito del diritto ambientale italiano, prevedendo, per determinati reati, fattispecie “delittuose” (e quindi punibili ai sensi del codice penale al quale la legge n. 68/2015 ha aggiunto appositamente il Titolo VI-bis “Dei delitti contro l’ambiente”) al posto di quelle contravvenzionali. E proprio su una delle nuove fattispecie introdotte dalla legge n. 68/2015 – in particolare quella di “inquinamento ambientale” – si basa la vicenda oggetto della sentenza della terza sezione penale della Cassazione, 21 settembre 2016, n. 46170.

Il fatto in discussione riguarda la bonifica dei fondali di due moli del porto di La Spezia, attività per la quale nel 2015 venivano contestate gravi lacune sia relativamente al rispetto delle norme progettuali sia per quanto riguarda l’adozione di specifiche soluzioni finalizzate a evitare l’intorbidimento delle acque,  con il conseguente sversamento di sedimenti e dispersione di sostanze inquinanti, venendosi così a configurare il delitto di inquinamento ambientale previsto dal “nuovo” art. 452-bis del codice penale. Di qui il sequestro del cantiere e di una parte del fondale da parte del giudice per le indagini preliminari. Successivamente, la società esecutrice dei lavori proponeva e vinceva il ricorso al tribunale del riesame ottenendo così il dissequestro del cantiere, a seguito del quale il procuratore proponeva ricorso in Cassazione, che annullava la decisione del tribunale del riesame.

Considerando anche l’assenza di precedenti, sono tanti gli spunti di riflessione offerti da una prima lettura della sentenza. Innanzitutto la Corte di Cassazione, nel motivare la propria decisione, ha rigettato la  tesi del tribunale del riesame in base alla quale per predisporre il sequestro del cantiere sarebbe stato necessario accertare una situazione di “tendenziale irrimediabilità” dell’inquinamento (cosa che avrebbe richiamato la fattispecie di disastro ambientale previsto dall’art. 452-quater del codice penale, al posto del “mero” inquinamento ambientale di cui all’art. 452-bis). Secondo la Suprema corte, infatti, il motivo del sequestro del cantiere deve essere ricercato nello “squilibrio funzionale o strutturale”, che, nel caso in esame, era evidente dal livello di torbidità delle acque e dal rilascio di sostanze.Un altro richiamo importante riguarda i concetti di “significatività” (ovvero l’evidenza del fenomeno di inquinamento) e “misurabilità” (ovvero la possibilità di ricondurre a parametri dimensionali l’evento).

Partendo dalla precisazione sul fatto che la legislazione vigente, per configurare la contaminazione delle matrici “acqua” e “aria”, non richieda alcun riferimento dimensionale misurabile (a differenza, ad esempio, di quanto avviene per il suolo, per il quale gli episodi di inquinamento diventano significativi al di sopra di una certa soglia), la Cassazione allarga il cerchio delle considerazioni affermando come non sempre il superamento di valori limite implichi una situazione di danno o di pericolo per l’ambiente, anche perché non sempre facilmente misurabile, sebbene i parametri previsti dalla legislazione fungano sempre e comunque da punti di riferimento. Di conseguenza, per capire la reale portata di un episodio di alterazione di una o più matrici ambientali ai fini dell’inserimento o meno nel novero degli eco-reati, è necessario effettuare un’analisi complessiva dell’evento visto come conseguenza di una condotta commissiva o omissiva.

Ultima evidenza, ma non meno importante, che emerge dalla lettura delle sentenza è un richiamo al concetto di “abusività” (peraltro paradossalmente estraneo alla vicenda del porto di La Spezia) che, ricorda la Cassazione, si configura per le attività che si svolgono in maniera continuativa non solo in assenza di autorizzazioni, ma anche quando quest’ultime risultino scadute o non commisurate al tipo di attività autorizzata.

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