Nel Pacifico, atolli da sogno e isole incontaminate. Ma lo sono davvero?

Una recente spedizione di pulizia americana all’interno dell’area protetta di Papahānaumokuākea ha permesso di raccogliere, dalle acque e dalle coste di una decina di atolli, ben 57 tonnellate di rifiuti. Un dato preoccupante e in crescita.

Una recente spedizione di pulizia americana all’interno dell’area protetta di Papahānaumokuākea ha permesso di raccogliere, dalle acque e dalle coste di una decina di atolli, ben 57 tonnellate di rifiuti. Un dato preoccupante e in crescita.

Se i territori inesplorati del pianeta sono ormai sempre più rari, è vero che molte zone del mondo possono ancora vantare il titolo di veri e propri Paradisi terrestri, nei quali la natura ancora si sviluppa rigogliosa e l’uomo non costituisce una presenza tale da alterarne l’equilibrio.

Questo, almeno, è ciò che si è creduto finora: negli ultimi anni, però, l’immagine idilliaca di spiagge e acque incontaminate ha iniziato a vacillare. Anche dove la presenza diretta dell’uomo non è massiccia, arrivano gli effetti indiretti: uno dei problemi portati in luce di recente è quello delle isole di plastica formatesi a causa delle correnti, che hanno trascinato anche in zone insospettabili i rifiuti delle nostre coste, creando non pochi problemi agli ecosistemi marittimi.

Un nuovo segnale di quanto il problema ambientale sia vivo anche nelle zone del mondo meno popolate arriva ora dalla National Oceanic and Atmospheric Administration americana, che nel corso di 33 giorni di “spedizione di pulizia” ha avuto modo di fare i conti con i rifiuti marittimi nelle acque che ospitano i più paradisiaci atolli del Pacifico, all’interno dell’area protetta “Papahānaumokuākea Marine National Monument“.

L’esito della spedizione è a dir poco impressionante: in poco più di un mese, gli addetti ai lavori hanno raccolto ben 57 tonnellate di rifiuti dalle coste nordoccidentali delle isole che costellano il centro dell’Oceano Pacifico. Il dato appare ancora più allarmante se si considera che le dieci piccole isole oggetto di pulizia fanno parte di un’area considerata protetta: evidentemente, non abbastanza per sfuggire all’inquinamento.

Dai tappi di bottiglia agli accendini, dalle bottiglie di plastica all’attrezzatura per la pesca, gli scarti rinvenuti sono in larga misura realizzati a partire da materiali a lenta decomposizione e che possono richiedere anche secoli per essere smaltiti dall’ambiente. A farne maggiormente le spese sono gli abitanti delle acque, come i coralli, ma anche pesci, mammiferi, uccelli e tartarughe.

Durante le operazioni di pulizia, i sommozzatori hanno dovuto liberare dai resti delle reti dei pescatori tre tartarughe, per poi lavorare anche alla rimozione di una rete di 28 metri quadrati, che al momento della rimozione era arrivata a pesare 11 tonnellate e a ricoprire 16 metri quadrati di superficie.

Tristemente, i dati relativi a questa recente missione rivelano una problematica in crescita: la quantità di rifiuti raccolta durante la spedizione supera di circa nove tonnellate la media della zona, creando forte preoccupazione per il futuro di questi angoli una volta definiti “incontaminati”.

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