Messico, delfini addestrati per salvare cetacei in via d’estinzione

delfini

Il programma di salvataggio delle focene, cetacei messicani a grave rischio di estinzione, prevede l’addestramento di delfini da parte della marina americana. L’intento è di usare il loro sonar biologico per localizzare gli ultimi esemplari, catturarli e consentirne la riproduzione in aree protette.

Delfini addestrati per salvare altri colleghi cetacei, a rischio elevato di estinzione. Questa la strategia che il governo messicano intende mettere in pratica con la collaborazione della marina statunitense per localizzare gli ultimi esemplari di focene, una specie di mammiferi acquatici che vive nel golfo della Baja California. L’intento è quello di catturarli per consentirne la riproduzione in aree protette.

Si stima che in natura siano rimaste meno di tre dozzine di individui di focene (o vaquitas, come i messicani usano chiamare questi cetacei), e che la loro popolazione subisca un rapido declino (40% di morti l’anno) per via della pesca illegale. Sfortunatamente per loro, infatti, le focene condividono habitat e destino infausto con i totoaba, pesci di grandi dimensioni la cui vescica natatoria viene valutata migliaia di dollari sul mercato asiatico. Nella febbrile corsa alla cattura di questo animale, cibo prelibato da un lato e rimedio naturale dalle potenti proprietà dall’altro, le focene sono le vittime collaterali che, insieme ad altre specie acquatiche, finiscono intrappolate nelle reti utilizzate dai pescatori.

La decisione di affidarsi ai delfini non è che l’ultimo tentativo del Governo messicano di trovare una soluzione al problema, posto che il divieto di pesca in vasti tratti del Golfo della California e un bando di due anni sull’adozione di reti la pesca nel tratto di mare “incriminato” non hanno sortito gli effetti auspicati.

L’impiego di delfini in missioni di utilità e sicurezza non è d’altra parte una novità: dagli anni Sessanta, infatti, la marina americana ha condotto un programma di addestramento di cetacei (delfini e leoni marini) allo scopo di rilevare la presenza di mine e ordigni in mare aperto o nelle acque di navigazione. La “riconversione” di questi mammiferi consentirebbe di localizzare, grazie al sonar biologico di cui sono dotati, gli esemplari di focene, la cui presenza viene segnalata agli addestratori sulle barche.

Lo step successivo del programma di salvataggio, organizzato dal Comitato Internazionale per il Recupero delle Vaquitas e  approvato da organizzazioni statunitensi quali la National oceanic and atmospheric administration, prevedrebbe di dedicare alle focene una baia protetta in cui riprodursi e ripopolare gradatamente l’area.

Tuttavia, le voci contrarie non mancano: alcuni esperti, come il direttore del World Wildlife Fund del WWF Omar Vidal, avverte che il processo di reclusione delle focene, mai ridotte in cattività prima d’ora, rischierebbe di accelerarne la morte e la conseguente estinzione. Senza contare, inoltre, che la deportazione delle vaquitas in aree riservate darebbe il via libera alla ripresa della pesca a strascico nella zona. I fautori dell’iniziativa rispondono dicendosi consapevoli dei rischi, assicurando il costante monitoraggio dell’operazione da parte di veterinari specializzati e garantendo l’impegno a “navigare a vista”, ripensando in corso d’opera senso e modalità dell’intera missione nel caso qualcosa andasse storto.

 

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