L’inattività delle piattaforme italiane nella crisi petrolifera

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Nei mari nazionali risiedono siti di estrazione deserti per i quali non è più conveniente estrarre petrolio, ma le compagnie prelevano quantità minimali per mantenere attiva la licenza. Serve la volontà politica per superare la crisi globale di un sistema al collasso.

Le fiamme dei post-bruciatori divampano nell’aria. Devono ridurre le sostanze inquinanti, e poco importa se emettono nell’atmosfera una quantità di zolfo che probabilmente sarebbe fuori norma in qualsiasi impianto industriale di terra. L’odore è così intenso da rendere difficile la respirazione, mentre un suono sinistro e incessante si diffonde lungo la costa e accompagna le notti dei pescatori. Così si presenta una piattaforma petrolifera a chiunque dovesse ritrovarsi nei paraggi durante la sua piena attività.

Ma le superfici delle piattaforme sono deserte. Operare sul sito sarebbe eccessivamente rischioso e, d’altronde, l’industria petrolifera è uno dei settori con la più bassa intensità di lavoro e la più alta intensità di capitale. Ad agire sono solo pochi tecnici iper-specializzati perché in gioco c’è un processo estrattivo molto delicato: il petrolio viene asportato insieme a grandissime quantità di acque di strato – acqua fossile a contatto con idrocarburi e vari materiali radioattivi – le quali, per la loro natura altamente inquinante, secondo il ddl 152/2006, devono essere re-iniettate e, ove non fosse possibile, salvo una deroga motivata e sostenibile, imbarcate e gestite a terra in apposite discariche.

Tuttavia, “trattare in modo specifico acque e rifiuti costerebbe così tanto che per un’azienda non sarebbe più fruttuoso rimanere operativa” – spiega il giornalista e filmaker Marcello Brecciaroli presso il Festival Tascabile di Geopolitica tenutosi a Milano alla presenza di Nonsoloambiente – “così quasi il 70% riversa le sostanze in mare”. In Italia, le piattaforme attive sono oltre un centinaio, ma per la maggior parte di esse la produzione è quasi completamente scomparsa. “I giacimenti sono arrivati a un livello talmente basso che non è più conveniente estrarre petrolio. Nonostante questo, le aziende continuano a estrarre quantità minimali in modo da mantenere attiva la licenza. Se interrompessero l’attività, dovrebbero smantellare gli impianti e i costi sarebbero elevati”.

In tal modo, in virtù di ragioni meramente economiche, si perpetua un meccanismo poco efficiente, ma ad alto danno ambientale, secondo cui le piattaforme potranno continuare a operare all’infinito, a spese del mare, senza apportare alcun contributo significativo di sviluppo. È il punto a cui i sostenitori del recente referendum hanno cercato di porre rimedio: se un’azienda avesse dovuto ri-sottoporsi a una costosa procedura di valutazione dell’impatto ambientale, al fine di rinnovare una concessione, una volta giunta la scadenza successiva avrebbe scelto di optare per lo smantellamento.
Lo scenario globale ha rivelato e continuerà a rivelare scoperte di nuovi giacimenti, e gli Stati che prima erano costretti a un esborso economico per importare il petrolio ora sono diventati anch’essi produttori. Ogni governo mira a mantenere la propria fetta di mercato: lo Stato italiano, i cui fondali non sono così appetibili, ha ridotto i vincoli ambientali per incentivare le compagnie petrolifere a scegliere l’Italia – per esempio tramite il decreto Sblocca Italia, che ne ha accentrato la capacità decisionale. Ma a fronte del diffuso aumento dell’offerta, i costi di produzione sono diminuiti fino al 75% e il prezzo del petrolio è crollato.

Ci hanno cresciuti dicendoci che il petrolio sarebbe finito, ma attualmente di petrolio ce n’è oltre 10 volte tanto rispetto a 20 anni fa. Fare una piattaforma oggi costa un quarto di quanto si sarebbe dovuto investire negli anni ’70. Il petrolio non finirà mai”, prosegue Brecciaroli, co-autore del documentario d’inchiesta Italian Offshore che sarà presentato il 25 giugno ai DIG Awards di Riccione. A fronte di tali proiezioni di aumento incondizionato, non vi sarà alcuna spinta economica che possa far cambiare rotta verso fonti di energia più sostenibili. Perché si arrivi a una svolta, e all’investimento in soluzioni conciliabili con la salvaguardia ambientale, è necessario che si imponga la volontà politica dei singoli Stati, ancor meglio se parte di un’azione congiunta. Ma al momento l’Italia – e non solo – non sembra orientata a intraprendere una strada diversa dal petrolio.

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