Il glifosato è cancerogeno? Intervista a Fiorella Belpoggi, Direttrice dell’Istituto Ramazzini di Bologna

A poche settimane dal rinvio dell’Unione Europea della decisione sul rinnovo dell’autorizzazione di uso e commercio del glifosato, abbiamo incontrato Fiorella Belpoggi, attuale Direttrice del Centro di Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni (Istituto Ramazzini), che sta conducendo degli studi su questa sostanza. La linea da seguire, secondo Belpoggi, dovrebbe essere il finanziamento di nuovi studi che possano portare a dati concreti, e solo successivamente prendere una decisione.

In questi giorni si parla molto di glifosato. Lei ha molta esperienza di ricerca a riguardo, come è nato il suo interesse?
Conobbi il tema del glifosato e cominciai a lavorarci 4 anni fa, quando fui chiamata a un’audizione al Parlamento europeo per parlare delle linee guida per la valutazione delle sostanze cancerogene. La produttrice principale era la Monsanto, veniva irrorato sui campi per seccare mais e soia in modo da evitare la produzione di muffe. Il prodotto più diffuso, il RoundUp, ha un brevetto (il brevetto della Monsanto è scaduto nel 2000) molto antico, il suo uso era già una prassi nell’agricoltura industriale del dopoguerra e le strisce gialle di erba secca da esso causate sono visibili anche nei giardini di casa, nei parchi, nelle scuole. All’epoca certo non si immaginava che potesse contaminare acqua, frutti e piante.
Nel 2013 fui poi contattata da un gruppo di ricercatori inglesi, americani e russi, che mi chiesero se fossi stata disponibile a pianificare insieme a loro un progetto integrato denominato Factor GMO, coordinato dall’Accademia delle Scienze Genetiche di Mosca. La ricerca, partita nel Novembre 2014, coinvolgeva finanziatori da ogni angolo del globo e impiegava scienziati ricercatori di altissimo livello, tutti partecipanti volontari. Inizialmente lo studio si compose da un lato di una parte epidemiologica da svolgere negli Usa, dall’altro di un’analisi sui ratti riguardante l’alterazione del microbioma intestinale e la cancerogenesi. C’erano tutti gli end-point che avrebbero fatto luce su quegli aspetti della sostanza rilevati ma non approfonditi a sufficienza dagli studi industriali. Lavorai al progetto per un anno, presentandolo a scienziati governativi americani e condividendo il protocollo con quelle figure che, a livello internazionale, si occupavano di risk assessment e che ritenevano che lo studio andasse fatto in un certo modo per risolvere le incertezze. La raccolta fondi a livello internazionale non si è ancora conclusa e, quindi, per non ritardare troppo i tempi, abbiamo deciso di partire con l’autofinanziamento della ricerca da parte dell’Istituto Ramazzini, almeno per la fase preliminare allo studio di cancerogenesi.
Da chi riceve finanziamenti l’Istituto Ramazzini per sostenere la ricerca?
La ricerca procede bene grazie alla cooperativa sociale onlus Istituto Ramazzini che provvede a circa un terzo dei finanziamenti, il resto viene dall’UE e dall’Istituto nazionale di ricerca ambientale americano (NIEHS), il National Toxicology Program (NTP); abbiamo relazioni internazionali di altissima qualità e riusciamo a essere sempre aggiornati sui temi di punta.
A proposito di istituti di ricerca, qual è il peso degli studi di IARC ed EFSA e quale sarebbe, a suo parere, la soluzione scientifica da attuare? Cosa ne pensa del rinvio dell’autorizzazione all’uso del glifosato da parte dell’UE?
Mentre partiva lo studio Factor GMO si misero a lavorare anche IARC e BSR per la valutazione del glifosato.  Il dossier di quest’ultima fu trasferito, senza modifiche, all’EFSA. Lo IARC è sinonimo di una valutazione scientifica compiuta da esperti del mondo accademico, studiosi che vantano un’indipendenza intellettuale enorme nel valutare i dati. Sono arrivati alla conclusione che il glifosfato fosse un probabile cancerogeno, ma, con qualche dato in più, avrebbero parlato di evidenza cancerogena. È difficile capire come gli stessi identici dati abbiano dato un risultato opposto al tavolo dell’EFSA. Ma il punto è un altro. Entrambi i giudizi rivelano un fattore comune: l’insufficienza dei dati a disposizione per una sufficiente evidenza di cancerogenicità. Rimandare il giudizio sull’uso del glifosato non basta, di fronte all’incertezza l’Europa dovrebbe promuovere uno studio integrato omnicomprensivo con un pathology working group indipendente, e fornire così dati adeguati per una solida valutazione e quantificazione del rischio.
In sostanza pensa che sarebbe opportuno approfondire prima di prendere qualsiasi decisione, o trova sia legittima l’argomentazione di chi si appella al principio di precauzione normato dall’UE?
Il principio di precauzione a volte mi lascia perplessa, perché poi di azioni concrete non se ne fanno o magari finisce che si risolve modificando i limiti, senza tenere conto che per embrioni, feti o bambini non esistono limiti espositivi senza rischio; sono piuttosto una giustificazione tipica di chi non vuole investire in ricerca perché “tutto rientra nei limiti”, ma in realtà si tratta di una base teorica, perché nessuno conosce i veri limiti del rischio biologico. È necessario conoscere di più, attraverso gli opportuni modelli sperimentali che rendono possibile l’estrapolazione del rischio sull’uomo; basterebbero 2-3 milioni di euro per svolgere una ricerca di cancerogenesi adeguata, nulla di fronte ai miliardi di euro di fatturato del glifosato. Per questo l’Unione europea dovrebbe chiedere a chi lo produce i fondi per compierla tramite un laboratorio indipendente. Qualora lo studio desse un riscontro favorevole al mantenimento sul mercato della sostanza, l’autorizzazione potrebbe essere rinnovata, altrimenti l’investimento dell’industria potrebbe essere considerato come risarcimento per i danni subiti dalla popolazione a causa di un’esposizione decennale a una sostanza cancerogena. Questo vale anche per tutti i composti già in commercio sospettati di costituire un rischio per la salute dell’uomo.
Da scienziata dico che non ha senso spendere somme rilevanti in commissioni, comitati e board quando l’unica cosa che manca è il buon dato di laboratorio. Il resto, fino ad ora, è servito a chi non ha alcun interesse per la salute dell’uomo. L’UE deve decidere solo dopo aver raccolto risultati concreti, soltanto così sarà possibile uscire dal tema dell’opinione e valutare concretamente il rischio. Anche perché è vero che è stato messo in evidenza il pericolo che il glifosato sia cancerogeno, ma nell’incertezza non va dimenticato l’enorme impatto economico e di posti di lavoro che ha il composto. Solo dati solidi e conclusivi possono portare a una conclusione accettata da tutti.

You may also like...

Iscriviti alla Newsletter!

Iscriviti per non perdere le news di Nonsoloambiente!