Finanziati nuovi impianti a carbone, i paradossi della politica climatica giapponese
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Finanziati nuovi impianti a carbone, i paradossi della politica climatica giapponese

Il Giappone incrementa gli investimenti destinati a impianti alimentati a carbone in India e Bangladesh. Secondo il Governo nipponico il finanziamento, rivolto a stabilimenti tecnologicamente all'avanguardia, rientra in un pacchetto di misure a favore del clima.

Era dicembre 2014 e si scoprì che il Giappone stava finanziando con la cifra di un miliardo di dollari alcuni impianti a carbone in Indonesia. Una notizia acuita da un'ulteriore rivelazione: l'operazione rientrava all'interno di un pacchetto di misure tese a combattere il cambiamento climatico. Ebbene nei giorni scorsi, a qualche mese di distanza, l'Associated Press ha rivelato un ulteriore investimento di 630 milioni di dollari da parte del Governo nipponico in stabilimenti, sempre alimentati a carbone a Kudgi, in India e a Matarbari, in Bangladesh.

 

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La giustificazione ufficiale è stata che i progetti in questione sono eco-sostenibili perché basati su una tecnologia efficiente che, basandosi su innovazioni all'avanguardia in ambito energetico, riduce le emissioni rispetto ai vecchi impianti a carbone. "Il Giappone ritiene che la promozione di impianti a carbone ad alta efficienza sia uno degli approcci più realistici, pragmatici ed efficaci per affrontare il problema dei cambiamenti climatici" ha dichiarato Takako Ito, portavoce del Ministero degli Esteri. Ovvie, accese e immediate le proteste degli ambientalisti, che controbattono come i finanziamenti climate-friendly debbano essere orientati verso fonti di energia alternative, pulite e rinnovabili come, ad esempio, sole e vento.

"Il supporto del Giappone agli impianti alimentati a carbone non solo distrugge il clima, ma contribuisce anche a sradicare le comunità, ed è probabile che si causino danni ambientali a livello locale. Inoltre, piuttosto che creare vantaggi reali per le nazioni di destinazione, serve in primo luogo a favorire le compagnie giapponesi" ha affermato Brandon Wu di ActionAid. "Questo è inaccettabile di per sé, e il fatto che lo si stia facendo in nome del clima rende l'intero concetto una farsa".

Al di là della contingenza nipponica, la questione fondamentale dietro a questo paradosso è che non esiste una definizione precisa di "finanza climatica" riconosciuta a livello internazionale. Allo stato attuale, infatti, essa comprende misure di efficientamento, politiche di mitigazione e adattamento poco omogenee, a cui manca la trasparenza necessaria.

Eppure, dopo il meeting sul clima tenutosi l'anno scorso in Perù, che ha visto molti Paesi, in primis gli Stati Uniti, prendere impegni ufficiali importanti in materia, chiarezza e trasparenza diventano quanto mai essenziali: per i Paesi coinvolti, per l'opinione pubblica, per la salute del pianeta. E naturalmente, il vertice COP21 di Parigi a dicembre non può che confermare questa necessità, pena l'inefficacia dell'incontro e delle misure che ne scaturiranno.

 

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