L’ erosione costiera minaccia le popolazioni litoranee, anche in Italia

L’innalzamento del livello dei mari provoca l’erosione delle spiagge, con una conseguente rapida sparizione: in tutto il mondo si inizia a dover fare i conti con le conseguenze di questo fenomeno in crescita.

Siamo abituati a pensare ai confini territoriali come a qualcosa di immutabile, se non per mano degli uomini. Eppure le cose non stanno sempre così: lentamente, ma neppure troppo, l’erosione costiera sta ridefinendo i confini di molte nazioni.

L’arretramento della linea di riva e la riduzione delle superfici sabbiose sono fenomeni chiaramente percepibili, soprattutto valutando un arco temporale di 50 anni: tanto è bastato alle spiagge italiane per subire arretramenti medi di circa 25 metri.

Il fenomeno è tutt’altro che circoscritto: negli ultimi mesi sono molti gli allarmi lanciati da diverse parti del mondo. Secondo l’U.S. Geological Survey, l’uragano Harvey che si è violentemente scagliato in questi giorni sul Texas si lascerà alle spalle consistenti erosioni costiere coinvolgendo il 100% delle coste texane.

L’Economist, nel frattempo, ha messo in luce la criticità del problema dell’erosione costiera in Louisiana: un quadro chiaro che fa capire come i cambiamenti siano già in corso e stiano già impattando in modo concreto sulla vita di migliaia di persone.

Ad appena 48 ore di distanza, sul portale Theferret.scot è comparso un approfondimento dai toni altrettanto drammatici riguardanti il rischio per le infrastrutture scozzesi, anche in questo caso provocato dalle rapide erosioni costiere. L’Italia, purtroppo, non è esente: lo studio recentemente presentato da Micla Pennetta, coordinatrice dei Geomorfologi della Campania e docente di Dinamica e di Difesa delle coste presso l’Università Federico II, evidenzia il rischio di erosione costiera in Campania, Basilicata, Puglia e Molise con perdite stimate fino al 54%, per un totale di 782 km di costa in pericolo.

Difficile fare stime precise di ciò che accadrà nei prossimi anni: le previsioni più pessimistiche parlano di 187 milioni di persone che potrebbero vedere sommerse le proprie case nell’arco di un secolo.

Quali sono le cause di questa profonda e rapida modificazione? La componente umana gioca un ruolo fondamentale: da una parte l’aumento della vegetazione legato al progressivo abbandono dell’agricoltura; il progressivo abbandono dell’agricoltura, dall’altra la costruzione di dighe e porti che trattengono i detriti, non più liberi di giungere alle spiagge. Sono complici, inoltre, le estrazioni di materiale dagli alvei fluviali e le bonifiche delle zone paludose ma, su tutto, giocano un ruolo cruciale i cambiamenti climatici, responsabili dell’innalzamento del livello degli oceani.

Salvaguardare le spiagge non significa soltanto tutelare luoghi di divertimento e vacanza: significa proteggere interi ecosistemi e difendere la qualità della vita, laddove non la vita umana stessa, da cambiamenti che già dimostrano quanto possono essere impattanti. Da causa di inquinamento, deturpamento e danno, la soluzione possibile è solo una: trasformare l’uomo nel responsabile della salvaguardia delle aree più a rischio.

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