Gli uragani nell’era del riscaldamento globale

La ferocia degli uragani abbattutisi recentemente nell’Atlantico ha spinto gli studiosi a interrogarsi, una volta di più, sulla relazione fra riscaldamento globale da un lato, intensità e frequenza di tali fenomeni meteorologici dall’altro.

Fine estate-inizio autunno: tempo di uragani nell’Atlantico. Ma Harvey, José, Irma e Maria, abbattendosi sulle coste di Stati Uniti, Cuba, Messico e Caraibi, hanno mostrato una ferocia eccezionale. In particolare, il potente Harvey ha trascinato con sé una scia di alluvioni che i meteorologi hanno definito “senza precedenti”: la quantità di precipitazioni è stata tale che il National Weather Service americano, per descrivere la situazione, è stato costretto ad aggiungere nuovi colori alle sue mappe.

A fronte di tutto ciò, studiosi e accademici internazionali sono stati spinti a interrogarsi, una volta di più, sulla correlazione fra surriscaldamento globale da un lato, la frequenza e l’intensità degli uragani dall’altro.

Il Geophysical Fluid Dynamics Laboratory (GFDL), una divisione dell’agenzia meteorologica statunitense National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA),  ha recentemente aggiornato uno dei più articolati riepiloghi degli studi pubblicati finora sul rapporto tra uragani e riscaldamento globale. Quattro le conclusioni principali:

  1. Probabilmente l’attività umana ha già causato cambiamenti, ma non si è ancora in grado di rilevarli sia per la loro portata contenuta, sia per i limiti tecnici nell’analisi.
  2. Il riscaldamento antropogenico porterà a cicloni tropicali in media più intensi del 2–11% a seconda dei modelli di previsione.
  3. Ci sono più probabilità che il riscaldamento attribuibile all’uomo, nel prossimo secolo, conduca a un aumento del numero di cicloni tropicali molto intensi, anche nel caso in cui il numero di tempeste in generale si riduca.
  4. Entro la fine di questo secolo, il riscaldamento globale sarà la causa di cicloni tropicali con piogge più copiose rispetto agli attuali, con un aumento delle precipitazioni del 10–15% entro 100 chilometri dal centro della tempesta.

Secondo l’analisi, dunque, la dipendenza dei cicloni tropicali da molti fattori diversi rende molto complesso stabilire correlazioni tra il riscaldamento globale e tali fenomeni meteorologici. Al momento l’ipotesi più probabile sembra contemplare non tanto un maggior numero complessivo di uragani, bensì una crescita dell’intensità dei cicloni tropicali e, di conseguenza, la frequenza dei super uragani.

Uno studio dell’Università del Vermont, pubblicato sulla rivista “Sustainable and Resilient Infrastructure”,  ha inoltre esaminato 13 contee della South Carolina situate a meno di 80 km dalla costa. I ricercatori hanno delineato due possibili scenari: uno in cui le temperature dell’oceano rimangono invariate tra il 2005 e il 2100, e un secondo in cui le acque si riscaldano alla velocità prevista dalle stime più nefaste dell’International Panel on Climate Change. Se le previsioni dell’IPCC sono corrette, il cambiamento climatico causerà un aumento della temperatura oceanica che favorirà lo sviluppo di uragani sempre più intensi, capaci di incrementare le perdite finanziarie relazionate ai disastri del 70% entro il 2100.

La difficoltà oggettiva nel formulare stime precise è come benzina sul fuoco per i negazionisti. Un esempio su tutti: Rush Limbaugh, celebre conduttore radiofonico statunitense, non ha esitato ad affermare come i media abbiano ingigantito gli effetti dell’uragano Irma allo scopo di sostenere la falsa teoria del riscaldamento globale.

Tuttavia, chi ha vissuto questi fenomeni estremi in prima persona, sopravvivendovi a stento, mostra atteggiamenti del tutto opposti. É il caso di un intero Stato, la Dominica, investita in sequenza dai vari uragani: per bocca del suo primo ministro Roosevelt Skerrit, ha espresso la determinazione di diventare un Paese in grado di resistere a un clima sempre più furioso. “La nostra devastazione è così completa che il nostro recupero deve essere totale”, ha affermato il premier. “Abbiamo un’occasione unica per essere un esempio per il mondo, un esempio di come un’intera nazione reagisce a un disastro e di come possa divenire, in futuro, resiliente”. Un proposito che, per un puro e semplice principio di precauzione, l’intera popolazione mondiale farebbe bene a fare proprio.

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