Cambiamenti climatici: una corsa contro il tempo?

I recenti accordi internazionali e le soluzioni messe a punto dalla Commissione europea devono necessariamente tenere conto delle scadenze pianificate anche sulla base di previsioni scientifiche.

I recenti accordi internazionali e le soluzioni messe a punto dalla Commissione europea devono necessariamente tenere conto delle scadenze pianificate anche sulla base di previsioni scientifiche.

L’onda lunga della Cop 21 di Parigi continua a dare i suoi frutti. Sulla scorta delle conclusioni raggiunte a dicembre 2015, infatti, ad aprile 2016 è stato firmato da 175 paesi (dato senza precedenti) il cosiddetto “Paris outcome”, un accordo per abbattere le emissioni di gas ad effetto serra in modo da limitare il riscaldamento climatico dell’intero pianeta «ben al di sotto dei +2°C rispetto all’epoca preindustriale». L’obiettivo, decisamente ambizioso, fa leva, oltre che, come detto, su un’adesione senza precedenti (hanno firmato anche i “grande assenti” delle precedenti edizioni come Cina, India e Stati Uniti), anche sulla riduzione programmata delle emissioni dal 2020, una pianificazione quinquennale dei controlli, la previsione di una compensazione per i paesi più “deboli” che si saranno impegnati maggiormente a livello finanziario e di un fondo (in parte anche privato) per il decollo delle tecnologie pulite.

Fondamentale per il raggiungimento di obiettivi così impegnativi è il supporto dell’Unione europea che ha predisposto una serie di azioni per finanziare la messa a punto e lo sviluppo di tecnologie “verdi” da mettere in campo nella lotta ai cambiamenti climatici. In particolare, la Ue ha previsto lo stanziamento di circa 90 miliardi di euro, suddivisi tra programmi a gestione diretta (“Horizon2020” e “LIFE+” in primis) e, in subordine, programmi di cooperazione territoriale europea.

In continuità ideale con questa linea di finanziamenti, la Commissione europea ha poi predisposto una serie di strumenti a disposizione delle aziende finalizzati a misurare effettivamente le proprie performance ambientali, contribuendo così non solo alla lotta ai cambiamenti climatici, ma anche a rafforzare il posizionamento sul mercato. In questo ambito, si sta diffondendo l’applicazione della cosiddetta “impronta ambientale dei prodotti” (product environmental footprint o PEF) e dell’omologa per le organizzazioni (organisation environmental footprint od OEF) a un range di prodotti sempre più ampio ed eterogeneo, spaziando dai tubi di alimentazione acqua calda e fredda alle apparecchiature informatiche, dalla pelle ai prodotti caseari, fino alla generazione fotovoltaica di energia elettrica; per quanto riguarda le organizzazioni, a oggi gli unici due casi piloti riguardano la distribuzione e la produzione di rame.

Estremamente rilevante in questo ambito è il neonato marchio nazionale per i prodotti italiani, “Made green in Italy” tenuto recentemente a battesimo dal collegato ambientale alla legge di stabilità (legge n. 221/2015) con lo scopo di accreditare i prodotti italiani sul mercato internazionale attraverso l’attestazione di precise caratteristiche che ne certifichino il rispetto per l’ambiente fin dall’origine, in analogia a quanto già avviene per il life cycle assessment (LCA). Tra i primi sviluppi attesi, un piano di applicazione ai prodotti della filiera agricola e ai consumi legati al turismo.

La sfida ai cambiamenti climatici è stata, quindi, definitivamente lanciata e sicuramente i primi segnali di risposta non hanno tardato ad arrivare, tanto dalle nazioni quanto dai singoli privati; tuttavia, qualsiasi previsione ottimistica non può ignorare gli ostacoli da superare (e non sono pochi), a partire dal fattore “tempo”. Illuminante, in questo senso, è il dato che proviene da un’analisi effettuata da Carbon brief  che ha indicato in cinque anni il periodo superato il quale si esaurirà il “credito” di CO2 a disposizione per contenenere l’aumento di temperatura globale a +1.5°C, come concordato all’ultima COP di Parigi.

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