Blue Book 2017: sistema idrico italiano obsoleto, sanzioni da parte dell’Europa

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L’analisi Blue Book 2017 rivela il ritardo del sistema idrico italiano rispetto al resto dell’Europa. Gli acquedotti sono obsoleti e il problema irrisolto della depurazione delle acque reflue, oggetto di sanzioni da parte dell’UE, riguarda ancora l’11% della popolazione.

 

La rete idrica italiana ha bisogno di essere rimessa in sesto. L’edizione 2017 di Blue Book, studio promosso da Utilitalia e realizzato dalla fondazione Utilitatis con il contributo scientifico di Cassa Depositi e Prestiti ha riservato un secco pollice verso al sistema idrico nazionale, che pecca di infrastrutture vecchie e investimenti inadeguati a migliorarle.

Secondo i dati presi in considerazione, il 60% delle infrastrutture è stato messo in posa oltre 30 anni fa (percentuale che cresce al 70% nei grandi centri urbani); il 25% di queste supera i 50 anni (il 40% nei grandi centri urbani). Le conseguenze, in termini di efficienza, non sono da sottovalutare: la fatiscenza degli acquedotti causa, al Centro e al Sud, una perdita nella rete rispettivamente di 46% e 45%, a fronte di un 26% al Nord.

A tutto ciò si aggiungono i costi economici di tale gap nazionale, che in questo caso vestono i panni delle sanzioni destinate all’Italia da parte dell’Unione Europea. All’obsolescenza delle reti e alla necessità di investimenti sugli acquedotti per limitare le perdite si collega, infatti, un argomento prioritario, ovvero il fabbisogno di investimenti sulla depurazione delle acque reflue. Circa l’11% dei cittadini italiani non è ancora raggiunto dal servizio di depurazione, con conseguenti gravi ripercussioni sull’ambiente, sulla qualità delle acque marine e di superficie.

Di qui l’avviamento di tre contenziosi e le sanzioni europee comminate all’Italia, riconosciuta colpevole di ritardi nell’applicazione delle regole sul trattamento delle acque e multata in ben 931 agglomerati urbani.

Urge, dunque, l’ammodernamento di un sistema in cui i livelli tariffari sono fra i più bassi d’Europa. In quest’ottica, si stima che sarebbe necessario un investimento di 80 euro ad abitante l’anno, mentre quello programmato per il primo periodo regolatorio (2014-2017) si attesta su un valore medio nazionale di circa 32 euro. Se ai 32 euro programmati sulla base delle tariffe si aggiunge la quota di contributi e fondi pubblici, il calcolo giunge a 41 euro pro capite l’anno: cifra ancora ben lontana dall’obiettivo, destinato a coprire un fabbisogno totale di investimenti, stimato in circa 5 miliardi all’anno.

Le risorse ha tuttavia dichiarato il Ministro Galletti commentando i risultati di Blue Booknon mancano, se pensiamo ai 2,2 milioni già previsti per gli interventi di depurazione e ai quasi 600 milioni destinati al tema acqua nei Fondi di sviluppo e coesione. Ancora una volta il problema non sono i soldi ma la capacità, la velocità e la trasparenza nella spesa in sede locale”.

Quali, dunque, le misure necessarie a migliorare la rete senza che l’operazione si trasformi in un’incursione senza strategia e certezze di risultati nelle tasche dei cittadini? Secondo il Presidente di Utilitalia Giovanni Valotti, intervenuto alla presentazione del rapporto, “il comparto necessita di migliorare il proprio standard di qualità di servizio finale al cittadino e questo passa attraverso l’incremento degli investimenti”, ma non solo. L’attenzione sociale al tema dell’acqua in quanto bene primario accessibile a tutti, la definizione di uno standard di qualità condiviso a livello di settore (con incentivi alle imprese virtuose e sanzioni a chi non riesce a garantire un buon servizio) e l’adozione di provvedimenti seri contro la morosità colpevole compongono tutti insieme- ritiene Valotti- l’unica ricetta possibile per colmare lo sconfortante gap emerso.

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