WAMI, l’acqua che produce acqua

La redazione di Nonsoloambiente ha incontrato il CEO di Wami, Giacomo Stefanini, per esplorare la realtà di una tra le start-up italiane più virtuose in tema di acqua e sostenibilità ambientale e sociale.

Water with a mission, recita il claim. WAMI è la start-up italiana che si propone di cambiare il mondo “una bottiglia alla volta”. Per ogni bottiglia d’acqua acquistata saranno infatti donati 100 litri d’acqua a chi ne ha bisogno. Inoltre, WAMI, già certificata b-corp, adotterà presto l’rPET e una strategia per mitigare le emissioni prodotte. Come funziona il tutto? A spiegarlo è Giacomo Stefanini, il fondatore, che abbiamo raggiunto allo spazio di co-working di Impact Hub Milano.

Cominciamo parlando di WAMI. Come è nata l’idea? Quanto ha inciso il tuo periodo di formazione all’estero?

L’idea nasce proprio all’estero, durante la mia esperienza negli USA, quando mi sono imbattuto in un’azienda nata una decina di anni fa (2006, ndr), la Toms Shoes. Il fondatore, durante un viaggio in Argentina, notò come molti bambini fossero privi di scarpe. Al suo ritorno iniziò a vendere espadrillas negli States con una modalità peculiare: per ogni paio di scarpe comprate, un altro paio veniva donato in Argentina.
Chiamò l’idea One For One. In 10 anni ha donato 50 milioni di scarpe. Ho pensato in quale ambito avrei potuto applicare il concetto e l’acqua mi è sembrata la risorsa giusta. Ognuno di noi consuma acqua in bottiglia, perché non offrire un’alternativa più sostenibile?

 Il ricavo delle bottiglie acquistate va a finanziare dei progetti idrici in zone remote e con scarsità di risorse: vi avvalete di partner? Come scegliete i villaggi su cui far partire un progetto?

Per prima cosa abbiamo pensato: ha più senso se ideiamo noi progetti idrici o se ci appoggiamo a delle fondazioni più esperte? Ovviamente la seconda. Il primo partner è stato Lifewater, ora abbiamo cominciato a lavorare con Fondazione ACRA. Sono loro a scegliere il villaggio su cui operare, perché sono già a contatto con i Paesi dell’area e sono a conoscenza di dove ci sia maggior bisogno.

Quali indicatori vengono utilizzati per scegliere il villaggio? Di che genere di progetti idrici si tratta?

Lifewater selezionava l’area in base alla percentuale di accesso all’acqua. In Etiopia (il primo progetto, ndr) scegliemmo un villaggio dove soltanto il 20% di persone poteva fruire di acqua sicura a meno di 3 km da casa. Abbiamo costruito un pozzo di circa 60m di profondità, dotato di pompa a mano. Era già tantissimo per la popolazione locale, abituata ad approvvigionarsi da pozzanghere e fiumi. Fondazione ACRA, tuttavia, fa di più: progetta veri e propri acquedotti, sistemi idrici integrati. Basti vedere il progetto attuale.

Progetti che portate avanti con un meccanismo di rifinanziamento. Attualmente siete operativi in Senegal, in cosa consiste?

Esatto. Quando acquista una bottiglietta WAMI, scannerizzando il QR Code sul sito, l’acquirente scopre quale progetto sta finanziando. Noi prima realizziamo un progetto, poi li rifinanziamo tramite la vendita delle bottigliette. Attualmente, in Senegal, abbiamo instaurato una grande cisterna principale sulla cima di un promontorio, dalla quale partono decine di km di tubature che portano al centro dei villaggi, tra cui Eguilaye, dove raggiungono le 53 case degli abitanti (di Eguilaye, ndr), i quali attingono all’acqua da un rubinetto esterno. Per il servizio pagano un allacciamento, una cifra simbolica.

Come venite accolti dagli abitanti locali quando vi recate sul posto?

Positivamente. Vedono le organizzazioni che li aiutano e noi cerchiamo di responsabilizzarli al massimo. Abbiamo infatti deciso di non mettere una targa con scritto WAMI o ACRA su pozzo e acquedotti. È importante che percepiscano come proprio il progetto. In questo modo non si sentono subordinati e, per via della cifra simbolica, coltivano la responsabilità di mantenere il bene con cura.

Considerando che si tratta di villaggi remoti, non dev’esserci grande conoscenza locale riguardo la situazione pre-post intervento. Fate anche formazione?

Assolutamente sì, la formazione è la cosa più importante. Prima che capiscano che li stiamo aiutando, le persone non sono ben disposte nei nostri confronti. Bevono la nostra acqua e la trovano diversa, chiara, insipida. Sono abituati al sapore di terra e fango. ACRA ha operatori specifici che istruiscono i locali. Poi, una volta istruite, le donne del posto si recano regolarmente nelle case, insegnano come lavarsi le mani, pulire le stoviglie e così via. Quindi monitorano i progressi su una scheda. Senza igiene di base, qualsiasi sforzo servirebbe a poco.

In termini di business, al momento uno dei punti deboli di WAMI è la distribuzione, quali sono i prossimi sviluppi previsti?

A oggi siamo presenti in un centinaio di ristoranti e nella catena Bio ‘c Bon. Da quest’estate abbiamo una partnership con Partesa, storico distributore italiano. Posso annunciarvi che da metà novembre saremo presenti nella grande distribuzione grazie a un accordo con Carrefour, con cui partiremo da pochi punti vendita per arrivare a tutti i market di media dimensione e agli Iper.

L’acqua WAMI sgorga dalla fonte PRADIS, sulle Prealpi Carniche: è noto che la plastica e i processi di produzione, tra cui il trasporto, in generale, siano impattanti sull’ambiente. Quali strategie adottate per mitigare le emissioni?

L’industria della plastica è impattante di per sé, io per primo a casa consumo meno acqua in bottiglia possibile. Detto ciò, le nostre bottiglie sono 100% riciclabili. A breve inseriremo la plastica rigenerata (r-PET) sulla totalità della nostra produzione. Inoltre, per compensare e riassorbire la CO2 emessa dal processo di produzione, pianteremo degli alberi. A questo proposito abbiamo contattato Rete Clima per ottenere una valutazione dell’anidride carbonica immessa nell’ambiente, quindi ci aiuteranno coi processi di piantumazione. L’obiettivo finale? Avere una bottiglia a impatto zero sull’ambiente.

Inoltre, WAMI è ufficialmente una b-corp: cosa significa?

Significa che abbiamo inserito nel nostro oggetto sociale, quindi il motivo per cui esistiamo, qualcosa che va oltre al fine di lucro. Un concetto non possibile fino a qualche anno fa. Oltre a essere una Srl, abbiamo da pochi mesi acquisito uno status, ricevendo da un ente (B-Lab, ndr) una certificazione che dimostra e dichiara che intendiamo usare il nostro business per avere un impatto ambientale e sociale positivo.

 

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